sabato 10 ottobre 2026

Helreid - Fingerprints of the Gods


 Ebbene si, ci sono dischi che il tempo non cancella, anche quando le band che li hanno realizzati smettono di esistere. Mémoires degli Helreid appartiene a questa categoria, un album uscito nel 1997 per Underground Symphony, quando il progressive metal italiano cercava ancora una propria identità, capace di fondere tecnica, sensibilità melodica e atmosfere sinfoniche in una musica che guardava oltre i confini dell’heavy tradizionale.
Dietro quel nome c’era Yorick, ovvero Marco Tortato, chitarra ed anima di una formazione che ha lasciato un segno nella memoria di chi ha seguito quella stagione. 
Ma i ricordi, da soli, non bastano a ricostruire una storia. Ci sono gli anni trascorsi, le strade personali che si separano, gli amici che non ci sono più e i progetti che, per mille ragioni, non riescono a diventare ciò che avrebbero potuto essere. 
Fragmenta, pubblicato nel 2012, portava già nel titolo il peso di tutto questo: i frammenti di una vicenda musicale rimasta in sospeso, ma non del tutto conclusa.
Oggi, mentre si avvicina il trentesimo anniversario di Mémoires, il nome Helreid torna ad affacciarsi tra nostalgia e nuove possibilità. Marco ha ripreso a scrivere musica e testi, accumulando idee che potrebbero persino trovare spazio in un nuovo album. Non ci sono promesse né certezze, soltanto il desiderio di ritrovare una strada che sembrava ormai abbandonata.
Ne abbiamo parlato con lui, tornando alle origini, alle ragioni di un lungo silenzio e a quel legame con la musica che, nonostante tutto, non si è mai spezzato. Perché certe storie non hanno bisogno di un ritorno per continuare a vivere. Ma, qualche volta, possono ancora sorprendere.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana


Ciao Marco e benvenuto sulle nostre pagine. Grazie di cuore per il tempo che ci stai volendo dedicare, partiamo dal presente: come dobbiamo considerare oggi gli Helreidh, una band ancora attiva oppure un progetto momentaneamente in stand-by? Qual è, in questo momento, lo stato reale della band?
Ciao Beppe. Difficile darti una risposta. Helreidh è sempre nel cuore, e ora che si avvicinano i 30 anni di Mémoires, arriva anche la nostalgia per quei bei tempi, per la sala prove, per i sogni... Helreidh in questo momento non esiste come band. Forse esiste come idea, esiste in un rapporto sempre aperto con Maurizio Chiarello e Underground Symphony, ma darti la certezza che esista uno status della band... è difficile. Se mi piacerebbe che nel 2027 succedesse qualcosa? Sì assolutamente... se succederà, dipende da numerosissimi fattori che si devono incastrare così bene, che per ora non voglio nemmeno farmi illusioni. 
Il nucleo originario che registrò Mèmoires oramai non esiste più, Franco che qualche anno fa ha registrato un album con gli Asgard in Germania, vive a Monaco, Daniele non lo sento da una vita, ma fa da anni parte della famiglia Moonlight Circus, Alessandro lo sento ogni tanto e credo che potrebbe essere interessato a fare qualcosa, il povero Luca ci ha lasciati 10 anni fa a causa di un incidente in moto... i miei contatti musicali reali sono con Frana, che è stato con me bassista nei Raising Fear e poi in Fragmenta, è come un fratello e spesso ci sentiamo anche non per questioni musicali, ma ancora se dovessi darti qualche certezza, non potrei. 

Nel 2027 Mémoires compirà trent’anni. È un anniversario importante: avete pensato a qualcosa per celebrarlo, magari una ristampa, un concerto speciale o un’edizione particolare del disco?
Forse questa domanda sarebbe più da fare a Maurizio. Sarebbe bello fare qualcosa, ma come dicevo sopra non c’è nulla ancora sul tavolo di concreto. Sono più desideri che programmi. A dirti il vero ci siamo sentiti con Maurizio, ma non ne abbiamo ancora parlato definitivamente, perchè sono tante le cose da far collimare per arrivare effettivamente alla concretezza.. 

Arriviamo alla domanda che probabilmente farà drizzare le antenne ai vecchi fan: nella nostra chiacchierata on line mi dicevi che esistono già abbastanza brani inediti da poter pensare concretamente a un nuovo album degli Helreidh, cosa mi dici a riguardo?
Da un po' di tempo, grazie anche al fatto che non serva più avere una stanza insonorizzata per suonare ogni tanto, ho ripreso a scrivere musica e soprattutto testi. Sarebbe bello che tutto ciò prendesse una forma più concreta, ma una band è molto impegnativa, e ancora di più è la preparazione di un album o comunque di pezzi da registrare. Ci sono tante valutazioni, e soprattutto servono musicisti… ho una ventina di pezzi, alcuni più prog stile Marillion anni 80 con influenze più heavy, e altri più stile Helreidh / Savatage (la mia band del cuore)… con Frana stiamo cercando di dare loro una forma presentabile, ma per ora lo status è questo. Tieni conto che ho preso una lunga pausa dalla musica, e riprendere a lavorare in maniera precisa non è facile.

Da Fragmenta del 2012 è passato ormai parecchio tempo. Hai continuato a scrivere materiale pensando agli Helreidh? 
Dopo l'ultimo concerto fatto al New Age (Treviso) con Eldritch e Adramelch, per me l'avventura Helreidh era finita. Iniziavo la mia carriera da fotografo freelance professionista proprio in quel periodo, e sentivo la necessità di potermi concentrare in quella parte importante di vita. Molti dei ragazzi che a quel tempo suonavano con me, e che ancora ringrazio per il preziosissimo supporto, avevano tanti progetti e impegni e sarebbe stato difficile portare avanti un progetto fatto bene. Ma voglio ricordarli qui: Max, Aligi, Marco, Mattia ed Enrico… senza di loro non ci sarebbero stati bei pezzi della nostra storia. E Luca che ci ha lasciato, a cui il nostro pensiero è spesso rivolto, registrò le batterie di quell’album. Detto questo, dal 2013 fino a qualche tempo fa, riprendere a suonare e meno che meno con Helreidh non era assolutamente nei piani… ora è un gran bel desiderio. Rimango, però, prudente, perchè al momento non avrebbe senso non esserlo. 

Un album che raccoglieva idee e brani sviluppati in un arco temporale molto lungo. Esistono ancora frammenti di quella vecchia stagione che non sono mai stati utilizzati?

Con Fragmenta abbiamo esaurito tutti i pezzi che rimanevano dai vecchi progetti. Prima il mio impegno con i Raising Fear, poi il tutta una serie di vicende personali, e di band, non hanno permesso lo sviluppo di altri brani. Era un periodo parecchio irrequieto per me, e di fatto non c’era un nucleo di musicisti con cui sviluppare musica e dare continuità. Abbiamo fatto il meglio che potevamo con i pezzi esistenti, e sono contento che l’album poi sia uscito.

Quanto è costato emotivamente riuscire finalmente a portare quel disco a compimento?

Emotivamente? Più che un costo è stata una soddisfazione da una parte, e una frustrazione dall’altra. Materiale che potenzialmente avrebbe potuto essere qualcosa di profondamente diverso, è poi diventata una raccolta di frammenti. Forse molto emblematica, perchè quei frammenti di brani sono anche frammenti di band, pezzettini di persone che sono intervenute nella costruzione nello stimolo di qualcosa che non ha mai preso forma per come era stato pensato. Eppure l’essenza di ognuno è dentro a quelle tracce… strano, ma sono ancora una volta frammenti di ricordi, tema che torna continuamente in Hereidh. Forse questo mio amore viscerale per il passato, e per il fatto che il passato sia la base del futuro è proprio anche parte del DNA della band.

Comunque avevate dimostrato che, nonostante gli anni di silenzio, il DNA degli Helreidh era ancora intatto. Oggi senti ancora quella stessa urgenza creativa?

A dirti il vero, credo che quell’urgenza sia maturata con me. Ha trovato tanti canali in cui sfogarsi. Ho scritto un libro sulla fotografia anni fa, e ora ne sto scrivendo un altro. La fotografia, e comunque il mio lavoro è un continuo atto creativo. La musica invece è incredibilmente coinvolgente, e a dirti il vero ultimamente scrivere musica e testi per le canzoni è molto coinvolgente, come non lo era stato in passato. Prima era un atto solo in parte mio personale, ma poi la band interveniva sempre, era un lavoro di squadra, ora che sono costretto a lavorare da solo, è un universo che mi si sta svelando, nuovo per certi aspetti e affascinante… ma come dicevo poco fa, molto molto impegnativo. Non è un’urgenza, per rispondere, ma è qualcosa che se inizio a farla mi fa perdere la cognizione del tempo… e dà incredibile soddisfazione.

Trent’anni dopo Mémoires, come pensi sia cambiato il tuo modo di comporre? Ti riconosci ancora nel musicista che scriveva quei brani negli anni Novanta?
Domanda che coglie alcune delle riflessioni che ho fatto ultimamente. Quando ascolto i vecchi album, ora che il tempo ha creato un certo distacco, e una certa abnegazione, devo dire che li trovo un po’ crudi, penso a quante cose ora cambierei di quelle composizioni. Quindi, immagino che la risposta è che forse non mi riconosco a pieno. Oggi è tutto meno istintivo, meno ingenuo, anche la mia conoscenza della musica, soprattutto dell’armonia è maggiore, forse sono anche decisamente più consapevole di quello che faccio… non saprei come descriverti questo aspetto, ma credo che consapevolezza e intenzione siano decisamente diversi rispetto al passato. Però, ritrovo la voglia di raccontare, quella è rimasta, la voglia di essere un cantastorie… ed è bello, perchè è la parte di “Yorick” che non si è persa.

Se oggi entrassi in studio con gli Helreidh, cercheresti di recuperare quella particolare miscela di progressive, heavy e atmosfere sinfoniche degli esordi oppure sentiresti la necessità di portare la band verso territori completamente nuovi?
Questa è una domanda difficile. L’alchimia che si era creata al tempo era frutto di sinergie che oggi non ci sono. Oggi, forse, dovrei decidere molte più cose, quindi immagino sarebbe qualcosa di diverso… e con meno influenze precise. Sarebbe qualcosa di più personale, forse anche più diretto, in cui i riferimenti a certe band sfumano una nell’altra. Però, il mio amore per cori, orchestre e armonie… quello rimane. Forse oggi darei molto più importanza alle voci rispetto al passato.

Quanto era importante allora sentirsi parte di una scena nazionale nella quale gravitavano nomi come Eldritch, DGM, Black Jester, Time Machine e Adramelch?
Se devo dire la verità… tantissimo. Era ciò che ci rendeva orgogliosi, e per certi aspetti anche competitivi. Alle volte forse, pure troppo… ma eravamo giovani.

Guardandoti indietro, credi che gli Helreidh abbiano ricevuto all’epoca la considerazione che meritavano oppure il percorso della band avrebbe potuto essere molto diverso con maggiori opportunità discografiche?
Credo che l’opportunità che Maurizio ci dette al tempo fosse qualcosa che già andasse oltre ogni nostra aspettativa. Il fatto che pochi mesi dopo fummo chiamati in Olanda per il DPRP Festival dell’anno sucessivo ne è sempre stata la dimostrazione. Tuttavia, come in tutte le cose poi la vita è buffa, e il successo o meno di un’iniziativa dipende da molti fattori… noi abbiamo avuto sempre molte vicissitudini tra problemi di line-up e di distanza tra di noi. E così è stato difficile dare una vera continuità al progetto. Personalmente, sono soddisfatto di quello che abbiamo fatto, sarò sempre grato a Maurizio per quello che mi ha regalato come soddisfazione personale, e il fatto che ancora qualcuno si ricordi di noi… e non solo in Italia, è qualcosa che è già straordinario. Aggiungo, che la produzione di Helreidh da parte di Underground Symphony non solo mi ha dato la possibilità di conoscere uno dei musicisti più completi e favolosi del prog americano, Gary Wehrkamp degli Shadow Gallery, ad essere chiamato da Ayreon per un progetto su Beowulf che non andò mai in porto, ma mi ha portato anche ad avere Chris Broderick ex-Megadeth in un album dei Raising Fear… non posso affatto lamentarmi.

Il secondo album avrebbe dovuto essere Earth Chronicles, ma non vide mai la luce. Quanto è ancora presente oggi quel disco “fantasma” nella tua memoria? Esistono composizioni di quel periodo che potrebbero essere recuperate?
A dirti la verità, non lo è… mi hai ricordato tu che si sarebbe dovuto intitolare Earth Chronicles, e in questi giorni riascoltando Fingerprints, ne sento un po’ il sapore. Purtroppo, non ci sono più pezzi di Earth Chronicles, perchè poi dopo l’America, avevo iniziato a scrivere musica per Sir Orfeo. Di fatto poi Fragmenta ha un po’ di uno e un po’ dell’altro. Zep Tepi per esempio era di Earth Chronicles, ma Orfeo’s Lament invece era appunto di Sir Orfeo. Quindi se mai ci sarà qualcosa, sarà totalmente nuovo…

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila hai vissuto anche l’esperienza americana e la collaborazione con Gary Wehrkamp. Quanto ha influenzato il tuo modo di scrivere quella frequentazione con il mondo Shadow Gallery?
Più che collaborazione fu amicizia. Registrammo poche tracce, che poi diventarono un piccolo demo, in cui cantò anche Hubi Meisel. Gary fu grandioso, generosissimo, e mi ritengo onorato dell’esperienza fatta con lui. Tanto che in Fragmenta è una delle preziose presenze con un meraviglioso solo sia di chitarra e di tastiere. Quello che ho imparato da Gary è l’idea che da un piccolo riff, un giro di chitarra si possono tirare fuori mille idee per una canzone… mi ha insegnato il professionismo, e mi ha spiegato che la mia JEM storica era una chitarra che suonava benissimo, meglio di tante uguali che aveva provato. E infatti la conservo ancora gelosamente. 

Una delle caratteristiche degli Helreidh è sempre stata la capacità di mettere la tecnica al servizio della melodia. Quanto è difficile, oggi, mantenere questo equilibrio senza cadere nel semplice esercizio di stile progressive?
Una cosa positiva della lunga pausa che mi sono preso, ma probabilmente anche dell’età, è che ora non guardo più alla musica come una volta, non sono più il chitarrista che ascolta ogni nota, che vuole replicare ogni pezzo di altri, se dovessi definirmi mi sento più uno scrittore di storie, diciamo che la componente di narratore che è insita nell’idea di Yorick, è prevalente rispetto a quella del musicista. Comprendo che la tecnica serva, ma è al servizio del racconto, e probabilmente sono meno complesso nella scrittura. Forse come dicevo, è solo questione di maturità.

Se dovessi scegliere un solo brano degli Helreid per spiegare a un ascoltatore che non vi conosce cosa rappresenta questa band, quale sceglieresti e perché?

Ah… che domandona. Helreidh ha avuto molte anime, forse quella più originaria, quella più seminale è contenuta in Suite de F. E’ un pezzo che ancora ascolto pensando a quanto sforzo creativo e narrativo c’era stato, soprattutto nel rendere tutte le parti del racconto anche musicalmente espressione di ciò che veniva cantato.

Mémoires e Fragmenta appartengono a due epoche musicalmente molto diverse. Quale pensi sia il filo rosso che unisce quei due album?
Ce ne sono parecchi. L’idea del passato, del passato come qualcosa da raccontare. Sono sempre stato affascinato dalla figura del giullare, del cantastorie, amo la letteratura specialmente quella medievale, e quindi per me il passato e il racconto sono sicuramente parte integrante dell’anima di Helreidh. Dal punto di vista musicale sono molto diversi, frutto di musicisti diversi e di epoche diverse. I contributi di tutti da Franco con le sue linee vocali, ai testi di Marco Concorreggi in Fragmenta, dalle linee di basso di Alessandro fino alle meravigliose invenzioni dei 3 tastieristi che si sono man mano alternati nella band: Daniele, Ivano e Aligi. Quello che c’è sempre stato però, credo, è una continuità nel voler narrare il passato… 

Nel frattempo è cambiato completamente il modo di produrre, registrare e distribuire musica. Oggi manterresti la stessa filosofia indipendente che caratterizzava gli Helreid agli inizi?
Non so cosa intendi per indipendente. Sono convinto, e lo sono sempre stato, che la produzione di un album, ma anche solo di una canzone sia la somma di tanti contributi. La band, chi produce, l’etichetta, chi fa il mix, chi fa il mastering… tutti contribuiscono a rendere migliore il prodotto finale. Non sempre è possibile avere la filiera completa, e oggi sempre meno questo accade. Forse eravamo originali… questo non lo so, forse avevamo l’ingenuità dei giovani alla prime armi… ora se dovesse succedere qualcosa, credo che il prodotto finale sarebbe molto più maturo, e soprattutto consapevole. 

Se domani avessi davanti una sala prove, la tua chitarra e gli altri musicisti degli Helreidh, quale sarebbe la prima cosa che vorresti provare a suonare? Un vecchio brano, una nuova composizione o qualcosa completamente diverso? 
Mi hai strappato una risata… credo che il riff primo che mi verrebbe sarebbe quello di Fingerprints, ma perchè è molto chitarristico… detto tra me e te (credici…) se qualcuno mi chiedesse ora di suonare un pezzo Helreidh, penso che non saprei nemmeno da dove iniziare… 

Ritornando al trentennale di Mémoires, ti piacerebbe che questa ricorrenza rappresentasse soltanto uno sguardo nostalgico al passato oppure potrebbe diventare il punto di partenza per una nuova stagione degli Helreid?
Non ho idea… nostalgia ce n’è, voglia di celebrare in qualche maniera c’è. Il resto è tutto da capire. 

Chiudiamo con una promessa ai vecchi fan: se domani ti dicessi che il pubblico degli anni Novanta è ancora qui ad aspettare un nuovo disco della band, c’è una possibilità concreta che prima o poi possa ascoltarlo?
Non è impossibile, ma non saprei dare certezze, ora come ora. 


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