Il 1996 è stato uno di quegli anni in cui il progressive metal italiano continuava a muoversi sottotraccia, alimentato dalla passione di musicisti che cercavano di costruire qualcosa di importante al di fuori dei circuiti più battuti. Roma, in questo scenario, vide nascere gli Zen, formazione che attraverso il demo “Voyages” riuscì a catturare l’attenzione della tedesca WMMS – Music Is Intelligence, approdando successivamente alla realizzazione di “Gaze Into the Light”.
Un passaggio che, per una giovane band italiana, rappresentava molto più di un semplice contratto discografico, era la possibilità concreta di trasformare anni di sacrifici in un’opportunità internazionale.
Raccontare oggi quella storia significa anche riaprire una finestra su un underground fatto di cassette, contatti postali, attese e sogni coltivati lontano dai riflettori. Ne parliamo con Dario Di Pasquale, ripercorrendo la nascita degli Zen, l’esperienza in Germania e le vicende di un album che, a distanza di anni, conserva ancora un posto speciale nei ricordi di chi lo ha realizzato e di noi fan della prima ora della band.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Dario e grazie mille per il tempo che ci stai volendo dedicare. Partiamo dagli inizi e soprattutto da Voyages, il vostro demo del 1996. Come nacque l’idea di realizzare quella prima testimonianza degli Zen e in quale momento sentiste che il materiale era abbastanza maturo per essere registrato?
Ciao Beppe innanzitutto ti ringrazio per l’interesse mostrato in quello che oramai è un progetto del passato. E’ un grande piacere per me poterne parlare anche ai giorni d’oggi perché Gaze è stato un album importantissimo per me e per tutti i membri della band di allora.
Il demotape “Voyages” arrivò dopo varie vicissitudini all’interno della band fra cui un cambio di line-up avvenuto un paio di anni prima. Passammo da avere 2 chitarristi, uno dei quali, Dario Rossi, era anche il cantante, ad un chitarrista solo ed un cantante nuovo, Andrea Polidoro. Con quella formazione rinnovata non fu difficile mettersi sotto a scrivere materiale nuovo e sistemare delle idee già presenti. Una volta terminati 3,4 brani decidemmo di andare in studio per quello che è stato poi il primo demotape “Voyages”.
Demo tape che viene indicato come il vostro debutto ufficiale, quanti brani conteneva esattamente? E soprattutto, se non ricordo male una delle tracce era "Someone else" dei Queensrÿche, è veramente così? Perché sceglieste proprio loro e quale importanza avevano in quel momento nella vostra formazione musicale?
In realtà “Someone Else?" Il brano dei Queensryche estratto da “Promised Land” compariva su un demotape precedente registrato con la formazione vecchia, quella col cantante chitarrista per intenderci. Essendo io e Dario Rossi grandissimi fan dei Queensryche decidemmo di rendergli omaggio con quella versione un po 'rimaneggiata del brano.
Voyages contiene 4 brani: Divine, Voyages (Strumentale), Invisible Horizon, e Tales from the deep.
Pensi che quei brani rappresentassero realmente gli Zen dell'epoca, oppure credi fossero come la fotografia di una band alla ricerca della propria identità?
Credo che i 4 brani di Voyages rappresentassero abbastanza bene la direzione che volevamo intraprendere anche se eravamo ancora in evoluzione ed in crescita. Fu un ottimo punto di partenza.
Nel 1996 il progressive metal italiano stava vivendo un momento particolarmente interessante, con realtà come Empty Tremor, DGM, Black Jester, Time Machine e altre band che iniziavano a farsi conoscere anche fuori dall’Italia. Quanto vi sentivate parte di quella scena e quanto invece pensavate di seguire un percorso autonomo?
In quel periodo emersero tante bravissime band come i da te citati DGM, Empty Tremores ecc con cui condividemmo più volte il palco in diverse occasioni. LA scena Prog underground italiana era quindi in espansione e ci sentivamo da un lato parte integrante di essa ma dall’altro anche un po un caso a parte in quanto le nostre sonorità erano molto differenti dalle altre.
Veniamo al passaggio fondamentale: come siete entrati in contatto con la WMMS – Music Is Intelligence? Fu la band a spedire il demo in Germania, qualcuno vi segnalò alla label oppure fu la stessa etichetta a cercarvi? Ricordi come avvenne quel primo contatto e quale fu la reazione quando vi arrivò la proposta di pubblicare un album?
Venimmo a conoscenza della WMMS tramite la band tedesca IVANHOE do cui ero un grandissimo fan. Decidemmo allora di spedire il demotape e dopo qualche settimana ricevetti una chiamata del boss della WMMS Peter Wustmann ( che purtroppo ci ha lasciato da diversi anni). Ricordo di aver risposto a questa telefonata e di non aver capito all’inizio che fosse lui ahah poi piano piano mi spiegò e ci disse di aver sentito il demo e che era interessato a produrre un album intero.Per tutti noi della band fu qualcosa di sconvolgente, a quei tempi era davvero complicato raggiungere le etichette ed essere scelti ci sembrò qualcosa di incredibile.
La Music Is Intelligence era una label tedesca con un catalogo molto legato al progressive italiano. Conoscevate qualche band prima di essere contattati? E che effetto vi fece sapere di essere entrati proprio in quella scuderia?
Come ti dicevo già conoscevamo bene gli Ivanhoe avendo tutti e 3 i loro album del periodo ed eravamo appassionati anche di un'altra band italiana di Monza ( se ricordo bene) i “Mystere De Notre Dame” che consiglio a tutti di recuperare perchè erano fortissimi. Entrare a far parte di un etichetta che aveva all’epoca un certo nome nella scena fu per noi un’enorme spinta nel continuare a produrre musica, ci caricò tantissimo.
Quanto fu importante Peter Wustmann, fondatore dell'etichetta e produttore di Gaze Into the Light? Che rapporto instauraste con lui e quanto intervenne realmente sul vostro lavoro?
In realtà noi Wustmann non lo incontrammo mai fisicamente perchè lui viveva a Northeim e noi registrammo l’album a Stoccarda. Lui si sentiva costantemente con il produttore esecutivo, nonché sound engineer dei Roxanne studios, Davide Piai che ci ha seguito per tutte e 3 le settimane di registrazione. Wustmann si affidava a lui per la maggior parte delle sue produzioni e si fidava del suo giudizio. Fu infatti Davide Piai a suggerire a Wustmann di concederci un'altra settimana perché l’album stava venendo davvero bene e ne sarebbe valso l’investimento.
Com’è stato per una giovane band romana trovarsi a lavorare in Germania con una struttura e una mentalità professionale diverse da quelle a cui eravate abituati?
Per noi fu un esperienza eccitante soprattutto perché era la prima volta che avevamo a che fare anche con un produttore esecutivo ( Davide Piai) che ascoltava i brani dei provini che avevamo portato e ci dava consigli su arrangiamenti, soluzioni ecc per migliorarlo. Siamo stati seguiti ed aiutati in ogni aspetto con l’unico scopo comune di produrre l’album possibile nel tempo che avevamo.
Gaze Into the Light contiene otto composizioni, per oltre cinquanta minuti di musica, con brani molto articolati. Quanto tempo avevate impiegato a costruire quel repertorio e quanto materiale rimase invece fuori dal disco?
Gli otto brani che compongono GITL sono il frutto di circa 3 anni di lavoro. Ci trovavamo settimanalmente in sala prove per comporre ed arrangiare. Essendo i brani molto articolati ci vollero parecchi mesi per definirli e completarli. Nulla rimase fuori in realtà, avevamo sì qualche altro brano più vecchio ma non erano all’altezza delle ultime composizioni quindi vennero abbandonati e mai usati.
Dario, tu eri il tastierista degli Zen il tuo apporto era di vitale importanza all'interno del sound della band, cercavi deliberatamente un approccio più orchestrale e atmosferico, oppure le tastiere dovevano soprattutto dialogare con chitarra e sezione ritmica?
Ho sempre visto le tastiere come una chitarra all’interno della nostra musica a livello di importanza dandogli quindi un ruolo di punta in cui seconda chitarra e sezione ritmica venivano cucite attorno ad esse. Ci sono però brani in cui le tastiere hanno il compito più corale con degli arrangiamenti orchestrali ed atmosferici come in Tales od Aphasia.
Ascoltando oggi il disco, si percepiscono inevitabilmente riferimenti alla grande scuola progressive metal americana, dai Queensrÿche ai Fates Warning fino ai Dream Theater. Quanto erano consapevoli queste influenze e dove pensavi che iniziasse invece il vero suono degli Zen?
Ah consapevolissime. In quel periodo eravamo tutti e 5 con la testa immersa nel mondo del prog Metal era il nostro pane quotidiano: tutti i vari riferimenti, citazioni ed influenze erano inevitabili e consapevoli.
Come nasceva concretamente un pezzo degli Zen? Partivate normalmente da un riff di Marco Trovini, da una melodia vocale di Andrea, dalle tue tastiere, oppure lavoravate tutti insieme sviluppando progressivamente le idee?
La maggior parte dei brani nascevano da un'idea di tastiera, un riff,una melodia che portavo ai ragazzi o che nasceva direttamente in sala durante le prove. Con quella idea ci jammavamo un po 'in studio e se la ritenevamo valida iniziavamo a lavorarci assieme mettendo ognuno del suo. C’era anche un grande lavoro di elaborazione e miglioramento che ognuno di noi eseguiva a casa fra una prova e l’altra.
Il vostro non è certo un disco costruito sulla semplicità: ci sono cambi di atmosfera, sezioni strumentali e strutture piuttosto elaborate. Quanto vi interessava all’epoca dimostrare quello che sapevate fare tecnicamente e quanto invece cercavate semplicemente di scrivere musica che vi rappresentasse?
A noi interessava la canzone nel suo insieme e cercavamo di non scadere in esibizioni tecniche fine a se stesse ma usare la tecnica per dare la giusta veste al brano. Data la giovane età però ogni tanto qui e lì ci siamo divertiti e lasciati andare un po’
Dopo l’uscita del disco, che tipo di riscontro arrivò dalla Germania e dall’estero? La Music Is Intelligence aveva una vera distribuzione internazionale oppure vi rendeste conto che, nonostante l’uscita discografica, raggiungere il pubblico rimaneva comunque complicato?
Il riscontro in Germania e all’estero fu molto buono a livello di recensioni ma essendo un'era in cui le connessioni erano molto limitate, niente internet, social ecc. fu molto difficile riuscire a raggiungere un pubblico più vasto.
Quanto era difficile, nel 1997, per una band italiana di progressive metal riuscire a superare i confini nazionali? Avevate contatti, per concerti o richieste dall’estero?
Come dicevo prima quella era un’era in cui farsi sentire era molto difficile non essendoci tutte le possibilità che si sono oggi. Avemmo comunque diversi contatti e richieste di licenza dell’album anche in Giappone che è sempre stato un gran divoratore del genere Metal Prog. Per quel che riguardava i concerti la cosa più più complessa perché stare in Italia rendeva il tuo più complesso e difficile per chi vuole emergere in questo genere, lo è ancora oggi, pensa 30 anni fa!
DGM, Shoggoth, River of Change, Glory Hunter tutte band che gravitavano nel circuito romano e zone limitrofi, avevate avuto dei contatti con queste grandi realtà di casa nostra?
Abbiamo avuto modo di condividere il palco con praticamente tutte le band romane di quel periodo con cui abbiamo partecipato a vari eventi e festival. Era un momento davvero bellissimo per la scena romana.
Dopo Gaze Into the Light, cosa successe agli Zen? Perché un disco di quel tipo non ebbe un seguito discografico immediato? Ci furono problemi di line-up, divergenze musicali, difficoltà con l’etichetta oppure semplicemente le circostanze portarono la band in altre direzioni? Se non erro Andrea aveva preso la decisione di mollare tutto per dedicarsi agli studi in medicina, è veramente così?
Purtroppo un paio di anni dopo l’uscita dell'album abbiamo avuto tutto un insieme di problemi che ci portarono allo stallo. Problemi di Line-Up, difficoltà con la WMMS che iniziava da essere in crisi e difficoltà nella promozione e ricerca di attività live. Per quel che riguarda la line-up Andrea decise di mollare la band per potersi concentrare sullo studio e così fece poco prima anche Ermanno Castanò, il bassista. La somma di tutti questi problemi ci portò a fermarci almeno per un periodo.
Nel 2013 esce Coverin' Thoughts dei Karnya che qualcuno indica come la naturale prosecuzione del progetto Zen, è realmente così oppure erano due realtà completamente diverse?
I Karnya furono la naturale continuazione degli Zen. Decidemmo di cambiare nome perché avendo stravolto la line-up aveva poco senso mantenere il nome vecchio e volevamo un nuovo inizio. In più ci furono dei problemi legati proprio al nome Zen quindi optammo per qualcosa di completamente nuovo ed originale
Oggi tu sei conosciuto anche per la tua attività alla batteria, quindi mi interessa particolarmente questo passaggio, quando e perché hai deciso di tralasciare le tastiere per la batteria? È stata una scelta maturata nel tempo, oppure avevi già iniziato a suonare batteria parallelamente agli Zen?
Suono la batteria quasi da quanto suono le tastiere. E’ uno strumento che ho scoperto un po' dopo aver iniziato con le tastiere e di cui mi sono subito innamorato. Moltissime parti di batteria di Gaze (così come anche nei KArnya) sono infatti arrangiate e create da me, Luca poi ci aggiungeva del suo.
Ho sempre suonato parallelamente entrambe ma il passaggio definitivo da tastierista a batterista è stato un'esigenza: ho sempre avuto interesse nel suonare le tastiere solo ed unicamente nella mia band, la mia musica ed il fatto di non riuscire a poterlo fare come e quanto volevo mi ha frustrato moltissimo.
Con i Karnya nonostante avessimo pubblicato un album secondo me strepitoso suonavamo poco e nulla ed il progetto piano piano sfumò. Decisi allora invece di andare dove soffiava il vento e siccome avevo ricevuto alcune offerte importanti come batterista ( in particolare quella dei SETANERA di cui ancora faccio parte) decisi di concentrarmi su quello per aver la possibilità di poter suonare di più. In ogni caso recentemente ho iniziato a contemplare la possibilità di riprendere il discorso Metal Prog…magari in maniera un po diversa…vedremo.
E chiudiamo tornando a quegli anni, se potessi rimettere piede per un giorno nella sala prove degli Zen del 1996, con Voyages appena registrato e senza sapere ancora che sarebbe arrivata la Music Is Intelligence, cosa diresti a quel Dario Di Pasquale?
Sicuramente di continuare quel che stava facendo perché la strada era quella giusta consigliandogli però di dedicare anche molto tempo al lato manageriale e di promozione della band che a conti fatti è quasi più importante della musica. Sapersi “vedere”, creare una rete di contatti ed essere proattivi è un aspetto spesso trascurato ( soprattutto in quel periodo storico).
Beppe ti ringrazio tantissimo per questa intervista che mi ha permesso di tuffarmi nel passato, rivivere molte emozioni e riscoprire ricordi chiusi in un cassetto da tempo.

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