Roma, 1995. Il progressive metal italiano non è certo un territorio vergine. Eldritch, Labyrinth, Vision Divine e una quantità impressionante di formazioni più o meno fortunate stanno cercando di dimostrare che anche dalle nostre parti si può costruire un metal tecnico, ambizioso e lontano dai soliti cliché. Ma proprio in mezzo a questa corsa verso la complessità, gli Shoggoth scelgono di seguire una strada tutta loro.
Nati nel 1988 e arrivati al debutto omonimo nel 1990, i romani partono da coordinate ancora legate a reminiscenze classiche, lasciando però intravedere fin dall'inizio quella voglia di allargare i propri orizzonti che diventerà sempre più evidente con Pastpresent del 1993. Due anni dopo arriva Esprit Nouveau, e qui la trasformazione può dirsi compiuta.
Non abbiamo più semplicemente una band heavy che inserisce qualche passaggio progressivo per complicare la propria proposta. Gli Shoggoth hanno iniziato a ragionare in termini diversi.
La stessa formazione dice molto delle loro intenzioni. Gianni Caroppi si divide tra voce, basso e tastiere, Francesco Runci tra chitarra e pedal bass, Daniele Droghetti siede dietro la batteria, mentre Fortunato “Tito” Ceccarelli porta nella formazione la jazz guitar e Matteo Lentino il pianoforte. Una combinazione tutt'altro che ordinaria per una formazione metal italiana del periodo.
Ed è con Esprit Nouveau che questi musicisti raggiungono finalmente la capacità di dare vita a una forma-canzone sorprendentemente personale, nella quale tecnica e ricerca non sono più due elementi separati, ma cominciano a respirare insieme.
Il titolo del disco, del resto, è quasi una dichiarazione d'intenti. Quel “nuovo spirito” si sente nella musica, nel modo in cui gli Shoggoth raccolgono le radici heavy e progressive maturate nei primi due album e le spingono verso territori più ampi, facendo convivere metal, jazz-rock e lunghe costruzioni strumentali senza sentirsi obbligati a scegliere una sola direzione.
Avantgarde, Virtual Cubisme, Right to the Conscience of Art e Nature and Creation sono capitoli diversi dello stesso percorso, brani nei quali la forma si dilata, gli strumenti dialogano e il riff heavy può improvvisamente lasciare spazio a un passaggio jazzato, a un intervento delle tastiere o a una lunga parentesi strumentale, senza che gli Shoggoth perdano per strada la propria identità.
È questo, in fondo, il vero Esprit Nouveau non rinnegare le proprie radici formative, ma avere la curiosità di vedere cosa può nascere quando quelle radici vengono messe a confronto con linguaggi differenti.
Certo, i Rush sono un riferimento che non ha bisogno di particolari indagini. Alcune soluzioni, soprattutto quando gli Shoggoth si avventurano nelle strutture più elaborate, fanno inevitabilmente pensare alla grande scuola canadese. Ma liquidare Esprit Nouveau come un semplice esercizio di devozione nei confronti di Geddy Lee, Alex Lifeson e Neil Peart sarebbe decisamente ingeneroso.
Gli Shoggoth prendono quella lezione, la assimilano e la fanno passare attraverso una sensibilità diversa, più teatrale, contaminata e attenta anche alla dimensione jazzistica. Non stanno semplicemente cercando di dimostrare di saper suonare stanno cercando di capire fin dove possono portare la loro musica.
Ed è proprio qui che il progressive smette di essere una semplice etichetta e diventa un metodo di composizione.
Forse è proprio questo il motivo per cui Esprit Nouveau merita oggi una seconda possibilità. Non perché sia necessario consegnarlo alla storia come il capolavoro nascosto del progressive italiano, ma perché ascoltandolo si ritrova una band che aveva idee, tecnica e soprattutto la voglia di non fermarsi alla formula già collaudata.
E allora sì, dopo tanti anni, quel titolo torna ad avere perfettamente senso.
Esprit Nouveau un nuovo spirito non soltanto nel nome, ma nel modo di intendere il progressive metal.
Beppe "HM" Diana
Anno di pubblicazione: 1995
Etichetta: Zasko Lab
Genere: Progressive Metal
Line up:
Gianni Caroppi - vocals, bass, keyboards
Daniele Droghetti - drums
Francesco Runci - guitars

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