Eccoci nuovamente alle prese con una di quelle interviste meticolose che tanto ci piacciono. Dopo aver ripercorso la storia della Underground Symphony, ci sembrava doveroso tornare a parlare dei trascorsi discografici e del presente della Elevate Records, un altro nome che ha lasciato il segno nella scena metal italiana degli anni Novanta.
Per chi ha vissuto quegli anni da vicino, Elevate Records e 99th Floor rappresentano molto più di un semplice marchio stampato sul retro di un CD. Sono il ricordo di una stagione in cui la distribuzione passava attraverso telefonate, fax, pacchi da spedire e rapporti personali, in un continuo scambio di idee, dischi e contatti. Un lavoro spesso lontano dai riflettori, ma fondamentale per mettere in comunicazione band, negozi, riviste e ascoltatori.
Naturalmente, guardare indietro con nostalgia non significa idealizzare il passato: anche allora esistevano problemi economici, scelte sbagliate e occasioni mancate. Lo sa bene Pino Magliani, che nel 2019 ha riportato in attività la Elevate Records, ripartendo con una mentalità diversa e la consapevolezza di un mercato profondamente cambiato. Perché il tempo non si può riavvolgere e il mondo discografico di oggi non concede gli stessi spazi e le stesse possibilità di allora.
Ripercorrere la storia della Elevate significa dunque tornare agli anni in cui il progressive e il power metal italiano cercavano di conquistare il proprio spazio, ricordando realtà come DGM e Shoggoth, ma anche facendo i conti con ciò che avrebbe potuto andare diversamente. Ne parliamo con l'amico Pino, tra ricordi, bilanci senza sconti e una nuova avventura discografica che prova a mantenere vivo quel legame con la musica, senza dimenticare le lezioni del passato.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Pino e grazie di cuore del tempo che mi stai volendo dedicare.
Allora, nel 2019 hai deciso di riportare in attività la Elevate Records dopo molti anni di silenzio. Da dove è nata la voglia di ripartire e, soprattutto, come sta andando oggi questa seconda vita dell'etichetta? Sei da solo a tirare avanti "la baracca" oppure hai qualche nuovo collaboratore?
Ciao Beppe. In verità Elevate è una "one man label". Ho qualcuno che mi dà una mano ogni tanto con la promozione e altre faccende, ma di fatto faccio tutto io, cazzate comprese. Soprattutto quelle.
Caisco. Quando hai ricominciato a pianificare il ritorno dell'etichetta, è stato difficile ricostruire il giro di contatti, distribuzione e promozione che avevate negli anni Novanta?
In verità no. Sono stato spinto a ricominciare da alcuni amici che hanno insistito parecchio, ma in cuor mio ci pensavo da tempo, anche se su basi molto diverse dal passato. La prima cosa è stata contattare le band del vecchio roster, almeno le più rappresentative, per avvisarle che avrei rimesso il catalogo sulle piattaforme. I master erano della label, quindi non ero obbligato, ma mi sembrava una questione di correttezza. Mi hanno incoraggiato tutti e dato il benestare, nonostante la chiusura burrascosa di Elevate 1.0, e mi ha fatto piacere sciogliere questioni rimaste ferme per anni. Per la distribuzione ho contattato alcune persone: molte mail sono rimaste senza risposta, ma niente di grave. Evidentemente certi indirizzi sono più inattivi di me negli anni di pausa.
Hai potuto contare sull'aiuto di qualche vecchio amico o di realtà con cui avevate già collaborato in passato? Penso, per esempio, alla Underground Symphony dell'amico Maurizio Chiarello, quanto sono importanti ancora oggi questi rapporti nati tanti anni fa?
Sì, Maurizio mi ha dato una grossa mano con tanti consigli, visto che il mercato nel frattempo è cambiato radicalmente, ma soprattutto sul piano pratico. È stato il primo a darmi fiducia e ad aiutarmi a commercializzare il catalogo. Senza di lui forse non ce l'avrei fatta: è un partner fondamentale per Elevate, anzi il principale. Un altro grosso aiuto è arrivato da Enrico Leccese di Cruz del sur Records. Anche con lui ci conosciamo da molti anni, ben prima delle nostre attuali attività.
Tornare a lavorare con il nome Elevate dopo così tanto tempo che effetto ti ha fatto? Hai ritrovato lo stesso entusiasmo di allora oppure oggi vivi il lavoro dell'etichetta in maniera completamente diversa?
Hai centrato il punto: sono due cose completamente diverse. Prima Elevate faceva parte di una distribuzione, la 99th Floor, che forse solo i più vecchi ricordano, e nacque come suo complemento.
Erano altri tempi: i dischi li produceva interamente l'etichetta, che si sobbarcava tutte le spese, quindi eri dentro il lavoro di registrazione fino al collo. Ricordo diverse sessioni al New Sin con i Secret Sphere, le giornate in studio con Heimdall, per non parlare delle lunghissime giornate con i DGM, solo per citarne alcuni. Oggi i soldi non ci sono e si lavora su master che ti vengono proposti. Quando arriva il bel disco l'entusiasmo è lo stesso, il coinvolgimento è meno diretto.
In compenso, vista l'esperienza della gestione precedente, ora vale il principio "un euro entra, un euro esce": evito grosse esposizioni economiche, che furono proprio ciò che decretò la fine di Elevate 1.0. Si impara, anche se con qualche decennio di ritardo.
Facciamo un salto indietro, ti va? Puoi spiegarci come e quando è nata l'idea di dare vita ad una label? Se non erro eri coinvolto in prima persona nella gestione promozionale della 99th Floor, è veramente così?
Come dicevo, Elevate nasce come complemento ideale della distribuzione: distribuivamo tante etichette, perché non distribuire anche la nostra? Da fuori la 99th Floor poteva sembrare una grande azienda, ma in verità il nucleo centrale era di tre persone, con altrettante che ruotavano intorno alla bisogna. Poi prendemmo Emilio Pappagallo per la promozione, oggi uno dei boss di Radio Rock e all'epoca, se non erro, a Psycho. Insomma, tutti facevano un po' tutto. Di massima io mi occupavo dei contatti con le label e di Elevate, Stefano era un grande venditore e Claudio faceva la parte burocratica, anche se, burocrazia a parte, potevamo scambiarci i ruoli tranquillamente. Un organigramma fluido, per non dire inesistente.
Che cosa rappresentava esattamente 99th Floor? Era principalmente una società di distribuzione oppure fin dall'inizio c'era l'idea di costruire una struttura capace di gestire anche delle vere e proprie etichette?
Nasce come società di import: all'inizio si compravano CD all'ingrosso dagli Stati Uniti per rivenderli ai negozi, poi piano piano sono arrivate le distribuzioni esclusive. All'epoca si stava molto attenti all'esclusività: se un'etichetta era distribuita da te, il negozio non poteva comprarla direttamente dall'etichetta, almeno ufficialmente. A un certo punto avevamo davvero tanti marchi, con focus su progressive e metal. Tra i più grandi Musea, Cyclops, Mascot, Hellion, AFM (che era agli esordi: Sammet ci chiamava per sapere come andavano gli Edguy), Transmission con gli Ayreon, Perris Records, Shrapnel, MTM, Long Island… Non le ricordo tutte, ma c'era un fermento continuo. Credo che in quel contesto esistessimo solo noi e Audioglobe, il resto è arrivato dopo.
Negli anni Novanta praticamente ogni CD metal che arrivava nei negozi e che passava dalle nostre mani aveva quel famoso bollino 99th Floor. Quanto era grande realmente la vostra rete distributiva e promozionale in quegli anni?
A livello distributivo arrivavamo praticamente ovunque, anche se si lavorava in modo diverso, poi con internet le cose sono cambiate. C'era la famosa lista fax: i numeri dei principali negozi di dischi, a cui una volta a settimana (rigorosamente di notte) partivano le descrizioni delle novità. Poi c'erano i distributori locali che giravano i dischi ai negozi più piccoli, come Venus, Self, Gavio e altri. Sul fronte promozione, avere sede a Roma aveva i suoi vantaggi: le redazioni dei giornali cartacei, almeno le prime, erano nella capitale, e i redattori di Metal Shock, Flash, Psycho e compagnia passavano regolarmente da noi. Li aspettava sempre una buona birra, si chiacchierava e nascevano amicizie. Strategia di marketing raffinatissima. A quelli più lontani spedivamo il materiale, ma ricordo sempre tanto movimento in magazzino.
Avevate rapporti anche con etichette straniere e produzioni che arrivavano dall'estero. Quanto era importante per voi essere un ponte tra il mercato italiano e quello internazionale?
Certo, spesso i gruppi passavano in sede per le interviste perché eravamo un punto di appoggio: Royal Hunt, Within Temptation, Anekdoten e tanti altri. Devi pensare che Internet non esisteva, quindi la comunicazione delle etichette che distribuivamo passava da noi. Volente o nolente eri un ponte tra il mercato locale e l'etichetta, anche perché sapevi come e a chi indirizzare il materiale promozionale in modo proficuo. Distribuzione e promozione erano un pacchetto unico, e per noi, da distributori, era importante lavorare bene il marchio e renderlo popolare.
Guardando oggi quel catalogo, sembra quasi incredibile la quantità di gruppi progressive e power metal che avevate sotto il vostro marchio. Avevate intuito prima di altri che quella scena italiana poteva diventare qualcosa di importante?
Ni… cioè, sembrava che la scena fosse cresciuta, ma non ti rendevi conto di vivere un momento irripetibile: erano tutti agli inizi. Ti faccio un esempio: Limb (Schnoor) ci diede il demo dei Rhapsody chiedendoci un'opinione, e noi lo buttammo lì nel mucchio… Bella cazzata, ma eri sommerso di roba. Ancora adesso, comprando stock di usato (ho un mailorder dedicato) mi capitano CD col bollino 99th Floor, magari di gruppi discreti, che non ricordo assolutamente… boh, Phar Lind Project, Gordian Knot, Avalon… erano davvero tanti. Va contestualizzato il momento storico: c'era una sovrapproduzione di power, prog e speed che le etichette, non tantissime, non riuscivano ad assorbire. E poi oggi con il digitale pubblichi in un attimo, mentre all'epoca si stampava tutto, in quantità importanti rispetto a quelle di oggi, quindi anche i buoni gruppi faticavano. Diciamo che il nostro fiuto per i talenti ebbe qualche giornata no.
Come etichetta fra i nomi più importanti c'erano i miei amati DGM. Che ricordo hai del loro arrivo in Elevate e cosa avevate intuito di quella band quando era ancora all'inizio della carriera? Senti ancora Maurizio, Gianfranco e Diego?
Dei DGM dell'epoca ho un ottimo ricordo; credo che ora non sia rimasto più nessuno né della MK1 né della MK2. Maurizio Pariotti lo sento saltuariamente: suona nella Raccomandata Ricevuta di Ritorno insieme a Luciano Regoli, il primo cantante dei DGM, che veniva proprio dalla scena prog di quel periodo. Maurizio ha anche un bel locale nel centro di Roma, ma non riesco mai ad andare a trovarlo perché apre a orari incompatibili con i miei bioritmi. Gianfranco l'ho visto l'ultima volta a cavallo tra la prima e la seconda ondata di covid, stava partendo per Tenerife. Credo sia ancora lì. Con Diego ho fatto un disco con Elevate 2.0, i Rozz'n'Roll: un bellissimo disco che il mondo non ha capito (il mondo, si sa, ha sempre torto). Un hard rock viscerale che dovrebbe piacere agli amanti degli anni '70. Titta Tani lo vedo regolarmente: frequentiamo gli stessi posti e lui è un bravissimo fonico, me lo trovo spesso a lavorare a qualche concerto. Con i nuovi DGM invece non ho rapporti. Vennero da noi che erano dei ragazzini, Luciano a parte, con il demo Random Access Zone (che vorrei ristampare, se capissi chi ha i diritti): ci piacquero subito e firmammo il contratto quasi altrettanto in fretta.
Un altro nome fondamentale era quello degli Shoggoth, un gruppo di una caratura tecnica che definirei mostruosa...
Anche loro li vedo molto spesso, c'è un'amicizia, e concordo con te: sono dischi da riscoprire. Suonano ancora, ma solo in sala prove, ed è sempre un piacere ascoltarli. Lavoravo con loro già prima della 99th Floor, li aiutavo con la promozione: c'è sempre stato un rapporto speciale, per questo sono stati tra i primi che ho pensato di portare in Elevate, dove facemmo il loro ultimo disco. Anche qui vorrei ristampare il primo, ma i master non ci sono più.
E sì, Roma aveva una scena progressive particolarmente interessante in quegli anni: quanto era forte il rapporto tra Elevate e la realtà musicale della capitale?
Non troppo. Non guardavamo da dove venissero i gruppi: a parte Shoggoth, DGM e Timestorm, mi pare, non avevamo altri gruppi romani in scuderia o comunque non in percentuale preponderante. Sfiorammo i Rosae Crucis, che dovevano arrivare, ma chiudemmo prima… anzi, con loro combinammo qualche casino, travolti dagli eventi. Spero di aver recuperato il rapporto pubblicando il disco di Sommo Inquisitore e Gravestone, dove ci sono membri dei Rosae. Dopo anni ci siamo messi la cosa alle spalle. La nostra politica era guardare alla qualità delle band, non al codice di avviamento postale.
...per non parlare di Black Jester, Heimdall, Empty Tremor, Secret Sphere, Abstracta, Acron, Timestorm e molti altri. Come sceglievate le band? Cercavate soprattutto qualità musicale oppure dovevate pensare anche alla possibilità concreta di venderne i dischi?
Come dicevo, cercavamo la qualità, anche se ovviamente preferivamo ciò che pensavamo potesse avere anche un mercato. Il mecenatismo non era il nostro forte. Avevamo anche qualche sublabel: Virtuoso, dedicata ai chitarristi, Electric Funeral per lo stoner e qualche altro marchio che ora non ricordo.
Altro gruppone su Elevate erano i Secret Sphere di Alessandria, proprio come l'Underground Symphony, fu Maurizio a suggerirti il loro nome o cosa?
No. Ci mandarono loro una cassetta, che conservo ancora gelosamente, dentro una scatola di una cintura o di un portafoglio :-) ora non ricordo bene. Lì dentro c'era grosso modo lo scheletro di Mistress of the Shadowlight e me ne innamorai subito. Con Aldo (Lonobile) mi sento ancora saltuariamente: hanno fatto una carriera invidiabile, ne sono davvero orgoglioso, se la sono meritata.
C'è una band del vecchio catalogo Elevate che, riascoltata oggi, secondo te avrebbe meritato molto più successo di quello che ha ottenuto? Se ti dico Morgana, cosa mi rispondi?
Sì, ottimi i Morgana dei fratelli Colla. Maurizio lavorava anche da Gavio, un distributore di Alessandria che poi diventò White'N'Black, e ci sentivamo quasi ogni giorno. Ma se devo essere sincero non capisco come mai gli Abstracta non abbiano avuto successo: una qualità tecnica incredibile, ma forse erano un pelo avanti per i tempi. Alcuni di loro sono poi entrati nei DGM MKII. Anche gli Acron erano all'avanguardia per l'epoca; forse la colpa fu di una registrazione non particolarmente felice. Visto che le produzioni le pagavamo noi, il colpevole è facile da individuare.
E c'è invece qualche gruppo che all'epoca avevate considerato particolarmente promettente ma che poi, per motivi indipendenti dalla musica, non riuscì a sviluppare tutto il proprio potenziale? Anche qui ti faccio un nome: Power of Omen.
All'epoca si vendeva un po' tutto, non ricordo grossi insuccessi. I POO ebbero un grande successo, considerando la musica che facevano, non certo per tutti. Producemmo anche il secondo disco, ma arrivò a ridosso della chiusura dell'attività: per non bloccare la band liberammo i diritti e Rooms of Anguish uscì per un'altra label.
Il primo vende bene ancora oggi, tanto che lo abbiamo ristampato un paio d'anni fa su pressione del distributore americano.
C'era poi Virtuoso Records, legata soprattutto alla musica strumentale e al mondo dei chitarristi. Come nacque questo progetto e perché avete deciso di riportare recentemente in vita anche questo marchio?
È sempre stato un marchio inscindibile, allo stesso livello di Elevate: semplicemente ci sembrava che avessero due mercati diversi. I chitarristi sono piuttosto "settoriali", quindi l'idea era creare un marchio di riferimento per i virtuosi, appunto, dello strumento. William Stravato, Arthur Falcone, Prashant Aswani, Daniele Liverani, Raffaello Indri, Alexander Layer, Salvo Vecchio… tutti nomi che hanno fatto cose belle che ci piaceva far conoscere e che altrimenti sarebbero rimaste in un cassetto o finite in autoproduzione.
Se non erro l'unico espediente che vi era mancato all'epoca erano le ristampe, come mai non avevate provato a ridare vita a qualche vecchia uscita discografica passata magari in secondo piano? Eppure come qualche tuo esimio collega odierno spiega, le ristampe praticamente si vendono da sole…
All'epoca le ristampe non si facevano perché non se ne sentiva il bisogno. Le cose che oggi ristampano le trovavi nei cestoni a mille lire, e ancora oggi mi stupisco di cosa si ristampi. Si stampano perfino cose che all'epoca non uscirono perché scartate: compilation di demo di oscuri gruppi NWOBHM, quelli di seconda fascia in cui non ritenevi valesse la pena investire. Certo, ci sono anche i Forgotten Jewels, ma diciamocelo: quanti gioielli puoi dimenticarti in un cassetto? Vedo etichette che hanno costruito il catalogo ristampando cose sconosciute spacciate per capolavori dimenticati: se c'è chi le compra, fanno bene. Quanto al nostro catalogo, a parte POO non abbiamo mai sentito il bisogno di riedizioni, solo di ristampe fedeli all'originale. Sì, lo so, io stesso vorrei ristampare un paio di cose di cui parlavo prima: la coerenza è un optional.
Tornando alla label, quanto era importante allora il rapporto personale con i musicisti? Negli anni Novanta, prima di email e social network, per costruire una band era necessario conoscere direttamente persone, promoter, giornalisti e distributori?
Era piuttosto importante. Allora i musicisti agli esordi prendevano la macchina e venivano da te solo per vedere dove stavi, il magazzino, parlare, firmare il contratto. La produzione di un disco durava un mesetto scarso e lo si passava in studio, spesso lontano da casa sia per il gruppo sia per me. Si cementavano amicizie e si parlava molto; anche noi ci muovevamo. Oggi ho in scuderia gruppi che non ho mai visto in faccia: tutto via mail, e se si è fortunati ci si vede a disco già uscito, a un loro concerto, se passano dalle mie parti. Non dico che sia peggio, sono semplicemente altri tempi, e sono sicuro che con gli stessi mezzi li avremmo usati anche noi :-) Spedirsi i demo da una parte all'altra del mondo non era per nulla pratico; oggi si fa molto prima, anche se è tutto decisamente meno romantico. Per rispondere alla tua domanda: non servivano conoscenze particolari, ma dovevi essere minimamente attivo sull'autopromozione: mandare materiale a riviste ed etichette, suonare dal vivo, alzare il telefono o muovere il sedere per venire a parlare. Non eravamo a Londra, dove gli A&R andavano in giro a cercare le band come negli anni '70: se non ti muovevi, non succedeva nulla.
A un certo punto quella stagione si interrompe. Quali furono realmente le ragioni che portarono alla fine di Elevate e di 99th Floor? Fu soprattutto una questione economica, un cambiamento del mercato o semplicemente era arrivato il momento di fermarsi?
No, fu una scelta MOLTO dolorosa. Fu una questione economica: avevamo fatto scelte sbagliate nella distribuzione e passi più lunghi della gamba, come si suol dire. Eravamo troppo esposti, i tempi stavano cambiando, le vendite calavano e alla fine la soluzione fu chiudere. Col senno di poi forse avremmo potuto tentare ancora qualcosa, ma i rapporti tra di noi si erano esacerbati. Questo mi spinse, a livello personale, a uscire completamente dalla scena per anni: avvertivo quasi una repulsione.
Oggi il mercato discografico è completamente diverso: streaming, Bandcamp, social network e possibilità di vendere direttamente ai fan. C'è qualcosa del vecchio sistema che rimpiangi e qualcosa invece che avresti voluto avere già negli anni Novanta?
Rimpiango i numeri, ovviamente. All'epoca non era raro vendere 10.000 pezzi o più di un disco, e questo faceva contenti tutti: i gruppi prodotti e la label, che incassava e poteva reinvestire. Inoltre un disco "durava" di più: tra recensioni sui giornali cartacei che uscivano anche dopo mesi e negozi che aspettavano il fisico, la vita di un album come novità era lunga. Di oggi apprezzo rapidità e comodità, ma dopo un mese un disco diventa, non dico vecchio, ma di catalogo. Nella nostra nicchia il ruolo del distributore si è molto ridotto: arrivi direttamente al pubblico con Bandcamp, eBay e altre piattaforme, o con il market della label, e molte etichette si scambiano materiale per alimentare i rispettivi mailorder. Questa semplificazione, non voglio dire democratizzazione, ha aiutato molto, ma sul piano qualitativo è un'arma a doppio taglio. Se prima la soglia del disco fisico faceva da barriera e la qualità media era discreta, oggi arrivano sulle piattaforme gruppi che, con tutto il rispetto, avrebbero potuto tranquillamente tenersi il disco per sé, e a farne le spese è chi ascolta. Ma come fai a gestire decine di uscite al giorno? Semplicemente non si può.
Ripensando a quella stagione, qual è il ricordo che ti è rimasto più caro: un disco, una band, una firma, un concerto o magari una situazione che oggi, con il senno di poi, ti fa sorridere?
Mi fa ridere pensare a Jyrki (il cantante dei 69 Eyes), tutto vestito di nero, con gli occhiali da sole in piena notte, che stava per cadere nel laghetto di Villa Ada, perché il look è importante. Oppure a noi in macchina con DC Cooper dei Royal Hunt, imbottigliati in un ingorgo a Piazza della Repubblica, uno di quei nodi di traffico così aggrovigliati da sembrare una croce uncinata, con lui che gridava ANARCHYYY dal finestrino. La firma più bella: i Black Jester, la nostra prima uscita.
Chiudiamo tornando al presente: cosa dobbiamo aspettarci da Elevate Records nei prossimi anni? Volete recuperare ancora parte del vostro catalogo storico oppure l'obiettivo principale è costruire una nuova generazione di artisti?
Guarda, non dico che viviamo alla giornata, ma con estremo relax. Non mi do obiettivi particolari: Elevate vivrà finché ci sarà voglia di farla e, soprattutto, soddisfazione nel farla. Gli artisti sono piuttosto bravi a costruirsi da soli: noi possiamo dare una mano, ma i veri artefici del loro successo sono loro, per questo adoro le band propositive ed entusiaste. Ormai considero Elevate una sorta di ONLUS :-): quello che entra viene reinvestito per andare avanti e fare nuove uscite. Il lucro, con una label metal di questa portata, non esiste, ma mi fa stare bene, e per me è il miglior compenso.

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