Ci sono storie che, quando tornano alla memoria, lasciano addosso una malinconia difficile da raccontare. Non tanto per quello che è stato, quanto per tutto ciò che avrebbe potuto essere. La vicenda degli Speedblade appartiene a quella schiera di band che, negli anni Novanta, hanno assaporato per un breve istante la sensazione di avere il mondo a portata di mano, prima di veder sfumare tutto, quasi senza accorgersene. Come il battito d’ali di una farfalla, la loro è stata una vita breve, ma intensa, alimentata da una passione autentica e dalla convinzione che il sogno, almeno per una volta, potesse trasformarsi in realtà.
Due ottime demo e un promo avevano contribuito a costruire un percorso in costante ascesa, fino a spalancare le porte di un contratto con un’importante etichetta tedesca. Per una giovane band torinese, innamorata del power metal melodico di Gamma Ray e Helloween, quello sembrava il momento in cui ogni sacrificio avrebbe finalmente trovato una ricompensa. Erano a un passo dal traguardo, abbastanza vicini da poterlo vedere, forse persino da immaginare come sarebbe stato tagliarlo. Poi, però, qualcosa si è inceppato. La porta si è chiusa e il risveglio ha restituito una realtà ben diversa da quella sognata.
È la storia di una di quelle sliding doors che possono cambiare il destino di un gruppo: un’occasione sfiorata, un futuro rimasto sospeso, la consapevolezza che talento e determinazione non sempre bastano. Eppure, anche quando tutto sembrava perduto, è rimasta la volontà di portare a termine un percorso artistico che meritava una conclusione. La pubblicazione di un disco postumo potrebbe rappresenta oggi qualcosa di più di una semplice testimonianza discografica: sarebbe l’epitaffio di un sogno interrotto, ma anche la dimostrazione che certe passioni non si lasciano archiviare tanto facilmente.
A distanza di anni, ritroviamo Guido e Marco Dantonia per ripercorrere questa storia, recuperando ricordi, speranze e quelle ferite che il tempo può attenuare senza cancellarle del tutto. Perché, a volte, il vero rimpianto non è aver fallito, ma essere arrivati così vicini da poter credere davvero che ce l’avremmo fatta.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Guido, ciao Marco, grazie per il tempo che ci dedicate. Partiamo proprio dagli inizi: come nascono gli Speedblade nel 1995 e con quale idea vi siete messi insieme? Quando avete iniziato a comporre, avevate già in mente una direzione precisa oppure il vostro sound si è definito strada facendo?
Guido: Ciao Beppe, un vero piacere risentirti. Gli Speedblade nascono da un’idea di mio fratello Marco e da Enrico Mandarano nei loro anni di superiori. Quando tutto questo comincio’ io avevo solo 14 anni, ma avrei seguito mio fratello in capo al mondo se avesse fondato una band. Avevo da qualche anno iniziato a suonare la chitarra e il fatto che mio fratello fosse piu’ vecchio di me, mi faceva accedere di diritto ad un mondo incredibile che altrimenti non sarebbe mai stato possible alla mia eta’ … Il sound e’ sempre stato Rock/Metal fin dagli inizi, ma ovviamente come facevano molte band, abbiamo cominciato suonando alcune cover e, naturalmente reclutanto gli altri componenti per la band.
Marco: Sì, confermo assolutamente. In quegli anni io ero innamorato dei Metallica e di James Hetfield in particolare. Enrico era forse l'unico della band a vedere con interesse il Power degli Helloween che avevano sfornato i due Keeper, Marco il batterista era il figlio putativo di Nico McBrain per quanto adorasse i Maiden ed Emilio il bassista era un amante di Pink Floyd e Police. Diciamo una bella macedonia di influenze...
Il primo documento importante della band è Magics of the Past. Come nacque quel demo e perché sceglieste di presentarlo proprio come una prima fotografia degli Speedblade? Riascoltandolo oggi, quanto riconoscete ancora la band di allora?
Guido: MOTP e’ stato inciso nel ’97 e coincide con un momento della band dove la formazione originale aveva subito dei cambiamenti. In sostanza, il batterista, l’altro chitarrista ed il bassista avevano deciso di farsi da parte lasciando me e mio fratello per altri progetti musicali. La cosa non fu semplice perche’, fino a quel momento, eravamo sempre stati molto uniti; con il batterista Marco eravamo amici fin da piccoli e con Emilio sin dalle medie. Praticamente dalla sua fondazione fino ad arrivare a suonare concerti di una certa importanza fu sempre stata un’avventura di gruppo. Insomma la loro decisione fu uno shock. Avevamo registrato una prima demo al Poison Apple di Pessinetto in presa diretta nel ’95 che raccoglieva le nostre prime canzoni ma non avevamo nulla da poter distribuire. La mia intenzione di registrar comunque MOTP nonostante la line-up originale non ci fosse piu’ era per avere un documento di cosa la band aveva fatto in quegl’anni. Richiamai Marco alla batteria che venne a registrare volentieri mentre al basso venne il nostro amico Ivan Peasso, allora chitarrista dei noti Imagin’Aria. Io registrai tutte le parti di chitarra. Risposta secca alla tua domanda: il suono non e’ granche’ data la strumentazione a disposizione ed un 4 piste tiratissimo, ma racconta i primi SpeedBlade senza dubbio.
Marco: Si esatto. Fu un progetto ideato e realizzato al volo giusto per non perdere quello che era stato messo insieme dalla formazione originaria. Una sorta di diario musicale da tenere in archivio, senza alcuna grossa pretesa.
Una cosa che colpisce immediatamente è la componente epica dei testi, molto più marcata rispetto a tante altre realtà della scena torinese dell'epoca. Da dove nasceva quell'immaginario? C'erano letture, film, gruppi o dischi particolari che alimentavano quelle atmosfere?
Guido: Lascio la risposta a mio fratello, siccome era l’unico compositore dei testi.
Marco: Mah Beppe... Li ero io che mi cimentavo nell'evocare alcuni scenari che avevo in mente, dandogli un taglio scenico collocabile nel contesto epic-fantasy semplicemente perchè mi piaceva. Potrei dire che ero influenzato dal mondo letterario di Tolkien ma ti direi una cosa non vera (Credo din non aver mai letto una pagina di Tolkien in vita mia). Pensavo che se fossi stato capace di trasferire tramite i testi la potenza visiva delle atmosfere anche a chi ascolta, si sarebbe potuto creare un buon feeling con il pubblico.
Marco, in quella prima fase avevi deciso di occuparti contemporaneamente di chitarra e voce. Perché questa scelta? Era una necessità dovuta alla formazione oppure sentivi che quelle due componenti dovessero necessariamente convivere nella tua idea degli Speedblade?
Marco: Nella primissima fase in realtà canatvo soltanto. Poi, quando decidemmo di virare su uno stile più preciso collocabile nel filone speed-power compresi che il mio registro vocale era totalmente inadatto a quelle sonorità. Da lì la scelta di cercare un cantate adeguato. Poi, il fatto che nel gruppo mancasse un chitarrista fece il resto...
Sul primo demo compaiono anche interventi di un chitarrista degli Imagin'aria. Se non ricordo male, era una persona che conoscevi perché aveva fatto il militare insieme a te. Come nacque questa collaborazione e quanto contribuì concretamente alla scrittura o alla realizzazione dei brani?
Marco: Ivan era un grande amico. Passavamo insieme pomeriggi interi a parlare di musica durante il servizio civile in una struttura privata. Suonando in una band prog già affermata e stimata era per me anche una fonte da cui imparare molto musicalmente. Mi venne spontaneo chiedergli di collaborare con noi per il basso su quel demo. Scelta che si rivelò azzeccata per la personalità con cui eseguì e reinterpretò le parti. Una firma della sua bravura e una testimonianza del suo amore per la musica.
Che tipo di risposta ricevette all'epoca quel demo? Arrivarono recensioni, contatti, richieste di copie o qualche interessamento concreto da parte di etichette? Vi fece capire che gli Speedblade potevano avere uno spazio reale all'interno della scena?
Guido: Mandammo in stampa 100 copie che si esaurirono piuttosto in fretta. Ricevemmo recensioni da Flash e Metal Shock che premiarono la parte compositiva e l’art-work; effettivamente la registrazione non era eccezzionale ma il messaggio era che sicuramente avremmo potuto dire qualcosa all’interno di quell’affollata scena metal di fine anni ’90. In quel momento non avevamo una line-up per poter tornare a suonare dal vivo e invece di ristampare quel materiale, ci mettemmo a lavorare su nuovi pezzi con mio fratello che passo’ alla chitarra e inizio’ a comporre i brani per una seconda demo. L’idea era quella di trovare un cantante all’altezza dei brani power metal su cui si sarebbe basato il lavoro.
Marco: Confermo ogni parola di Guido. Quindi sostanzialmente, no. Non ricevemmo alcuna proposta seria da qualche label per pubblicare un full lenght.
Guido, in quegli anni avevate creato anche rapporti molto stretti con alcuni musicisti degli Skylark. Quanto erano importanti queste amicizie e collaborazioni all'interno della vostra crescita? Si era addirittura parlato della partecipazione di Eddie Antonini al secondo demo della band, cosa successe realmente e perché quella collaborazione alla fine non si concretizzò?
Guido: Era stato mio fratello ad entrare nel giro degli Skylark ma non ricordo come (a te Marco). Io invece, ero incappato nuovamente nella figura di Carlos Cantatore che all’epoca faceva Architettura. Io frequentavo Ingegneria e spesso lo incontravo nelle aule comuni tra Architettura e Ingengneria in via Boggio a Torino. Ho detto nuovamente perche’ Carlos gia’ lo incontrammo quando suonava in una band di cover in occasione di alcuni concerti nella zona del Canavese/Torinese infatti facemmo alcune date assieme (motoraduni, locali etc.). Carlos mi era sempre rimasto impresso perche’ si notava gia’ allora che fosse dotato di un’eccezionale bravura e professionalita’ nonostante fosse davvero giovane. Quando me lo ritrovai davanti all’universita’ fu facile rinnescare la miccia. Proprio in quei giorni ricordo che Eddy disse a mio fratello che gli Skylark stavano cercando un nuovo batterista e io, quasi per scherzo lo dissi a Carlos. Mio fratello lo disse ad Eddy. Il resto e’ storia. In quegli anni comunque seguimmo gli Skylark in numerosi concerti ed era sicuramente un’ispirazione a fare sempre meglio. Per quanto riguarda la partecipazione al demo non so piu’ perche’ non ando’ in porto…
Marco: Eddy e gli Skylark li conobbi all'Italian Gods Of Metal del '97. Li incontrai nel backstage dopo il concerto insieme a componenti di altre band della scena italiana di quel periodo. Mi piaceva molto la personalità di Eddy che, sotto sotto forse gli invidiavo. Era l'opposto di me. Se ne fregava completamente di ciò che gli altri pensassero di lui. Tirava dritto per la sua strada e la consapevolezza nei prorpi mezzi faceva il resto... Indubbiamente un musicista di spessore sia tecnico che compositivo superiore alla media. Musicalmente un genio. Poi ci vedemmo numerose altre volte in seguito. Ci stavamo simpatici a vicenda. Sia con lui che con gli altri ragazzi della band. Brodo poi, era fenomenale... L'idea della collaborazione? Si propose lui di produrci quando ascoltò il demo del 2001 qualora avessimo avuto altro materiale per un disco. Poi arrivo la proposta dalla Limb Music e da lì tutto prese un'altra piega...
Con Promo 99 sembra di assistere a un deciso salto di qualità. La formazione è più compatta, il suono più professionale e anche le composizioni sembrano avere una maggiore consapevolezza. Come nacquero quei brani e quanto lavoro c'era dietro quella trasformazione?
Guido: Tantissimo lavoro. In quei mesi mi stupii della verve compositiva di mio fratello perche’ praticamente compose tutto il materiale. A me rimasero tutte le parti soliste e gli arrangiamenti delle chitarre. Sempre alla ricerca di musicisti seri, arruolammo finalmente batterista e bassista, mancava solo il cantante che trovammo poco dopo in Fabrizio Di Lembo. Per il suono eravamo diventati abbastanza paranoici anche viste le recensioni del precedente demo e quindi cercammo in tutti I modi di alzare il livello. Fummo fortunati che Fabrizio disponeva di un marchingegno pazzesco per l’epoca e registrammo in digitale tutto nella sua camera.
Marco: Si, esatto. Fu proprio così. Aggiungo soltanto che in quel periodo avvenne forse la trasformazione più evidente degli SpeedBlade a livello artistico. Avevamo finalmente una nostra identità. Qualcuno scherzando ci definì "Happy Metal" sottolineando l'eccessiva allegria e la facilità di asscolto che caratterizzavano alcune delle nuove composizioni. A me non importava. Era proprio quello che avrei voluto che gli SpeedBlade trasmettessero all'ascoltattore. Per me era un complimento!
Per la prima volta avete anche un cantante stabile, Fabrizio Di Lembo, che sembrava avere un approccio quasi professionale alla voce. Come arrivò nella band e che contributo diede alla vostra evoluzione? Quanto cambiò il modo di comporre quando avete avuto finalmente un cantante dedicato esclusivamente a quel ruolo?
Guido: Lascio Marco rispondere su Fabrizio perche’ questa fu il risultato di un’altra delle sue mille ricerche per trovare il cantante giusto per noi.
Marco: Avevo tante idee in quel periodo. Serviva solo chi le potesse interpretare come le avevo concepite. Una sera, in sala prove, incontriamo Enrico il nostro ex-chitarrista con la sua nuova band. Gli chiesi se conoscesse qualche cantatnte degno di tale nome. La settimana successiva mi arriva con un foglietto scritto a mano con su 3 nomi di cantanti e 3 numeri di telefono. Il terzo della lista era un tal Fabrizio. Vicino al suo nome c'era una nota: "bravo ma se la tira". Pensai che se quello fosse stato vero, avrei avuto il canatante perfetto per noi. Lo chiamai il giorno dopo e fu subito feeling. Fabrizio era musicalmente molto preparato. Era un cantante di livello finalmente adeguato alle ambizioni della band, oltre ad amare molto ciò che faceva in ambito musicale su tutti i fronti (e non se la tirava per niente). Fu con il suo prezioso contributo e con la disponibilità di una formazione finalmente stabile che il nuovo materiale prese forma molto rapidamente.
Anche la sezione ritmica era particolare, con musicisti che arrivavano da esperienze differenti Luca Aleina al basso ma di mestiere chitarrista e Massimo chiado' a menare dietro le pelli. Come si era formata quella squadra? Eravate già arrivati a un punto in cui cercavate deliberatamente musicisti con determinate caratteristiche oppure erano soprattutto conoscenze nate frequentando la scena?
Guido: Tutte e due, ma essenzialmente non volevamo perdi tempo. In Luca e Massimo trovammo due fedeli compagni che ci accompagnarono nel perfezionamento dei brani che erano gia’ praticamente pronti. Dinuovo c’e’ lo zampino di mio fratello che all’epoca andava veramente in tutti i locali metal e pub della zona che fossero frequentati da musicisti per poterne arruolare alcuni per noi. Se non sbaglio Massimo e Luca erano stati pescati al pub Treccio di Lanzo.
Marco: Grande Guido! Questa non la ricordavo nemmeno io. Verissimo. Specialmente Massimo, non solo era un frequenatore assiduo del mitologico Treccio, ma credo potesse far parte dell'arredamento stesso del locale! Si creò subito un feeling molto positivo che ricordo ancora oggi con piacere.
Cosa ricordate delle registrazioni di Promo 99? Che studio utilizzaste e quanto tempo dedicaste alla realizzazione? Avete avuto finalmente la possibilità di lavorare sui dettagli del suono e degli arrangiamenti come avreste voluto, oppure anche quella fu una produzione condizionata dai mezzi economici disponibili?
Guido: Guarda, come gia’ anticipato brevemente prima, fummo sfacciatamente fortunati perche’ Fabrizio possedeva questo mega computer che aveva la possibilita’ di registrare tracce in digitale e restituirle in tutti i suoni del mondo, praticamente ci potevi fare dai Casadei ai Sepultura… bingo! Anche i dettagli e il mixaggio furano realizzati con questo marchingegno. Devo inoltre sottolineare che Fabrizio si cimentava anche bene con le tastiere e aveva dato una mano a fare gli arrangiamenti a mio fratello per la stesura finale. Ricordo pure che per aggiungere effetti nuovi al disco, registrammo il rumore del vento con il microfono appeso fuori dal balcone del palazzo dove viveva Fabrizio in Corso Siracusa a Torino (LOL).
Marco: Fabrizio in quello stesso periodo stava registrando brani per un suo progetto solista di musica leggera italiana. Aveva affittato per alcuni mesi un Roland professionale multitraccia ad interfaccia digitale (uno dei primi portatili in circolazione utilizzabili anche in casa). Tutto fu dannatamente più semplice.
La professionalità e la dedizione sciorinata riuscì a portarvi qualcosa di concreto? Arrivarono proposte discografiche, contatti con etichette o produttori interessati agli Speedblade? C'era la sensazione che il salto di qualità potesse finalmente trasformarsi in un vero contratto?
Guido: Il salto ci fu sicuramente e anche la stampa se ne accorse. Credo di avere un vuoto di memoria ma mi sembra di ricordare che forse proprio grazie a te Beppe (che avevi mandato la demo in giro per il mondo) eravamo in competizione con un gruppo francese per aggiudicarci una data o un tour o qualcosa genere. Non ricordo perche’ non fummo scelti. Passo la palla a Marco…
Marco: Fummo contattati dalla Noise Records tedesca. Ci proposero un contratto per la realizzazione di un disco che sarebbe finito online ed acquistabile tramite download. Temporeggiammo troppo nel prendere una decisione perchè si trattava di trasferirci temporaneamente in Germania per le registrazioni. La band francese fu più rapida di noi...erano gli Heavenly.
Poco dopo, però, la formazione cambia nuovamente. Arrivano Luca Bernazzi, ancora oggi negli Ivory, e Maurizio Faure, che aveva cantato con i Suspiria di Ivrea. Come avete vissuto questa nuova rivoluzione? E come vi siete trovati a lavorare con due musicisti provenienti da esperienze così diverse dalle vostre?
Guido: Ma guarda, dopo il Promo ’99 la verve compositiva di mio fratello continuo’ a sfornare altri pezzi bellissimi del calibro di “Ready To Fly” e “Drops of Light”. Era chiaro che pero’ se avessimo voluto fare il salto, avremmo una volta per tutte dovuto sistemare la line-up. Cosi’ Marco si mise nuovamente alla ricerca di un cantante e scopri’ Jessie (Maurizio penso di non averlo mai chiamato LOL) e quando arrivo’ a casa a dirmelo le sue parole furono: “ ho trovato Bruce Dickinson!”. Per il basso andammo sul sicuro: Luca invece era gia’ molto conosciuto nella zona e aveva la fama di talentuoso bassista/musicista; inoltre e’ una persona fantastica quindi e’ stato relativamente facile coinvolgerlo nel progetto. Per la batteria la cosa fu molto piu’ complicata perche’, essendo i pezzi a 170 di metronomo, quasi nessuno nel circondario era in grado di suonare la doppia cassa a quelle velocita’ in modo continuo e sostenuto. Per evitare il problema registrammo temporaneamente con la drum machine. Quando tutto fu pronto, mio fratello fece ascoltare le tracce in modo che venissero preparate a puntino ed andammo a registrare nello studio del maestro di chitarra di Marco (Pietro Ratto – leader e fondatore degli Aton's e oggi noto ricercatore e saggista). Lo studio era minuscolo infatti sembrava piu’ un corridoio che un vero studio di registrazione (infatti ricordo che a momenti non ci stavo con la Flying V), ma il suono che ne usci’ fu’ assolutamente una bomba. Jessie fece un lavoro egregio nelle parti vocali e gli arrangiamenti finali consegnarono un mini-demo pronto a farsi riconoscere. Stampammo copie master solo per gli addetti ai lavori e infatti, credo proprio che grazie a una delle tue spedizioni Beppe, arrivo’ la richiesta da parte di Limb Schnoor di produrre altri pezzi per fare l’album e successivo tour. La band che avremmo dovuto supportare come spalla era conosciutissima e, sempre se non mi sbalgio si parlava di tour europeo. Marco correggimi per favore…
Marco: Già tutto detto da Guido...Pietro fu fondamentale. Un musicista a 360°. Polistrumentista eclettico e fine pensatore. Ricordo con tanto piacere e un po' di nostalgia le nostre chiacchierate filosofiche (a quei tempi insegnava come Professore in un Liceo, se non ricordo male). Ci aiutò tantissimo con le registrazioni, suonò le tastiere e mi prese in giro per tutto il tempo dicendomi che facevamo la musica dei "Power Rangers"...che ricordi meravigliosi! Un'esperienza fantastica aver potuto collaborare con una persona, prima ancora che con un musicista, dalle qualità eccezionali.
Con questa formazione avete registrato nuovo materiale ai Geongabi Studios di Ivrea. È vero l'aneddoto secondo cui, scherzando ma neanche troppo, avevate praticamente “sequestrato” Maurizio per due giorni, tenendolo in sala prove fino a quando non avesse completato tutti i take che volevate? Raccontateci com'è andata davvero quella sessione.
Guido: Ah ah ah! Tutto vero.. a Marco i dettagli del sequestro perche’, sembra una cosa impossibile, ma in tutte le registrazioni fatte io non ho mai incontrato Jessie. Ti ricordo che era un momento tesissimo dove avevamo dovuto inventare di sana pianta nuovo materiale per completare il disco quindi lavoravamo giorno e notte ed eravamo prossimi alla fusione. Ci dividevamo i compiti per andare a registrare tra lavoro e universita’ e quindi successe che tutti insieme non ci siamo mai incotrati! Il vero problema fu che Limb aveva dato un tempo limite per la consegna del nuovo materiale e, nonostante avessimo fatto i salti mortali, credo proprio che il demo arrivo’ con pesante ritardo e fummo rimpiazzati da un altro gruppo.
Geongabi Studios suona benissimo! Era il bunker di Alessandro e Damiano Giongati. Ale era stato davvero fantastico e, ancora oggi ricordo con piacere e gratitudine l’averci ospitati a tutte le ore del giorno e della notte nel suo studio. Era tutto perfetto, c’era anche la stanza insonorizzata per isolare la batteria. Ricordi pazzeschi.
Marco: Il tempo stringeva maledettamente. Putroppo fu quello il rammarico più grande. Maurizio era un tipo molto pragmatico. Era già impegnato in altri progetti, aveva messo su famiglia e mal sopportava l'idea di un impegno stabile negli SpeedBlade senza un ritorno economico e di immagine immediati. Concordammo quindi la sua prestazione vocale a gettone per la realizzazione dei brani del nuovo demo. Il fatto che oltretutto avesse dato pochissimi slot di disponibilità per registrare ci costrinse in studio a concentrare al massimo le energie nei due soli appuntamenti che ci concesse. Qunidi sì, lo requisii fino a notte fonda specialmente il secondo giorno. Siccome lo stavo pagando profumatamente pretendevo il massimo. Questo clima teso non giovò al lavoro e specialmente al risultato finale. Le sue vocals furono di qualità nettamente inferiori al precedente lavoro e questo credo sia indiscutibile. Arrivammo nei tempi ma, nonostante gli sforzi profusi da tutti, il materiale non aveva la qualità sufficiente per poter ambire a qualcosa di quel livello. Oggi rifarei tutto, tolto From Dusk Till Dawn che terrei fedele per il 90%, il resto lo rivoluzionerei completamente... Anyway...
Quei brani, riascoltati oggi, hanno qualcosa che ha resistito molto bene al tempo: chorus molto forti, parti di chitarra elaborate e soprattutto armonizzazioni che sembrano molto più mature rispetto agli esordi. Quanto era cambiato nel frattempo il vostro modo di comporre? Tu e Marco, essendo fratelli, avevate ormai sviluppato un vero linguaggio comune sulle twin guitar?
Guido: Hai ragione. Quello rappresenta sicuramente il punto piu’ alto per quanto riguarda la mia preparazione musicale sotto tutti i punti di vista. Suonavo sempre. Marco era diventato molto bravo su tutte le parti ritmiche e naturalmente ci ispiravamo molto alle chitarre gemelle di Helloween, Gamma Ray e Angra su tutti.
Marco: Sì, era tutto Helloween/Gammaray oriented. Ci piacevano tantissimo anche i primi Angra (penso di aver fuso Angels Cry e Holy Land a furia di farli girare) Era, in un certo modo, anche una forma di omaggio alle band che avevano formato il nostro background musicale in quegli anni.
A un certo punto avevate anche ricevuto l'interesse di un produttore tedesco, che vi aveva chiesto ulteriore materiale. Per preparare questa nuova registrazione avete contattato diversi batteristi della zona, ma alla fine la soluzione arrivò con l'inserimento di Damiano Giongati alla batteria. Quanto vi siete sentiti così vicini, in quel momento, a fare il salto verso una produzione professionale?
Guido: Scusa Beppe, ho bruciato i tempi su questa domanda, e ho gia’ parzialmente risposto prima e la tua domanda e’ parzialmente corretta. Il punto era che dovevamo essere perfetti per poter affrontare un tour e suonare quei pezzi. In primis sia io che Marco suonavamo praticamente tutto il giorno per poter essere all’altezza. Su Luca avevamo grande fiducia delle sue capacita’ ed eravamo certi che non avrebbe steccato. Per il discorso dei batteristi invece fu davvero un dramma perche’ i pezzi erano estremamente veloci. Io ricordo che suggerii persino di chiamare Andry Verga, l’unico problema e’ che non avevamo il suo numero! Allora presi la guida del telefono e chiamai tutti i Verga di San Giusto fino a quando trovai il padre e riuscii ad accordare una telefonata con lui. Andry era stato molto disponibile, gli avevo spiegato il progetto e che cosa c’era in ballo… lui fu molto onesto e si disse lusingato ma mi spiego’ che erano anni che non suonava piu’ in maniera continua e che non sapeva nemmeno se ci sarebbe riuscito. Fu lui a consigliarmi di chiamare Danilo Saccottelli dei Braindamage, noto trasher canavesano dal doppio pedale piuttosto facile. Lo ringraziai e ci salutammo, ma ti assicuro che mi rodeva davvero non aver assoldato un ex BrokenGlazz nella band! Credo che non abbiamo mai chiamato Danilo perche’ pensammo che sarebbe stato meglio arruolare qualcuno che suonasse il nostro genere. Quel qualcuno era Carlos… Lo conoscevamo da sempre e inoltre lo incontravamo spesso al 4 Assi di None. Gli parlammo del progetto. Non so se per amicizia o se forse si sentisse ancora in “debito” per averlo segnalato a Eddy, ma accetto’ senza fiatare. Marco ando’ a registrare un paio di prese a casa sua nel Monferrato cosi’ che avesse il materiale a disposizione. Carlos era gia’ rodatissimo, una macchina da guerra e, anche con scarso preavviso, sarebbe salito a bordo. Palla a Marco…
Marco: Abbiamo avuto talmente tanti avvicendamenti di line-up che, devo essere onesto, a volte sei tu Beppe a venire in aiuto con la tua infallibile memoria storica. In questa fase però i miei ricordi sono molto precisi. Carlos in quel periodo ci diede una grossa mano con il demo del 2001. A quel tempo, effettivamente, era l'unico che potesse ideare e mettere su traccia le parti di batteria per un progetto power metal nel giro di un pomeriggio. Così fù. La collaborazione con i fratelli Giongati fu successiva, per il demo del 2002 (quello che dovemmo realizzare in fretta e furia perchè contattati dalla Limb Music Publishing).
Gli Speedblade si muovevano in una Torino dove c'era parecchio fermento: Airborn, Highlord, Aemerald erano nomi che gravitavano attorno alla scena. Come vivevate quell'ambiente? C'era competizione, collaborazione, oppure semplicemente la sensazione di essere tutti parte di una stessa scena che cercava di emergere?
Guido: In tutta onesta’ credo un po’ l’una e un po’ l’altra. Dipende da chi ti trovavi davanti ma, tendenzialmente si cercava tutti di darsi una mano. Con alcune band o singoli musicisti andavi subito daccordo e quindi si creavano legami piu’ duraturi, vedi Luca Bernazzi, i Projecto e tanti altri.
Marco: Esattamente. Ci si incontrava in sala prove e agli eventi metal nell'area del Torinese. Era un perido bellissimo per chi amava fare musica. Un perido in cui trasformare un sogno in qualcosa di reale sarebbe veramente potuto accadere.
E proprio rimanendo a Torino: dalle vostre parti erano passate anche realtà molto interessanti come Broken Glazz, legati al thrash metal, e Nasty Licks, più orientati verso l'hard rock. Che rapporti avevate con queste band e con i loro musicisti?
Guido: Dei Broken ho tutti i dischi e anche le demo tape dei primissimi anni grazie all’amico Daniele Biolatti che era fondatore del fan club. Band strepitosa ma che purtroppo non vidi mai dal vivo perche’ si erano appena sciolti. Riuscii a vedere Luca Balducci dal vivo diverse volte sia al Poison Apple con la sua cover band Slowdown e poi alla Dracma con i Destino di Generazione bionica assime ad Andry Verga alla batteria. Mai conosciuti di persona. Per i Nasty invece e’ tutta un’altra storia. Servirebbe un libro solo per raccontare tutte le cose che abbiamo fatto, visto e vissuto grazie a loro. Shary e’ di Front e sia io che Marco ci accampavamo nel suo bar appena potevamo per parlare di musica e avere gli ultimi gossip sulla band e i loro progressi per ottenere il contratto discografico. Davide e’ un fonico strepitoso e ogni tanto lo incrocio dalle nostre parti. Max e’ l’unico che non ho mai frequentato perche’ non viveva nella nostra zona. Non esagero nel dire che, quello che i Nasty hanno costruito con il Poison Apple, sia stata la cosa piu’ grande che sia mai successa nel panorama Rock/Metal degli ultimi 30 anni nella zona di Torino (e non solo). Lo scorso anno ho coronato un sogno e sono riuscito ad andare a Los Angeles al Rainbow dove ancora oggi e’ appesa la loro foto con dedica a Mario Maglieri. Conobbi molto bene il Vale sopratutto quando rimase da solo a gestire il Poison e tutt’ora lo vado a trovare ogni volta che rientro a casa in Italia nel suo bar: e’ di una simpatia travolgente e inoltre e’ capace di inchiodarti al bancone per ore raccontandoti aneddoti e storie pazzesche di quando erano a Los Angeles. I Nasty Licks erano una band con una chimica esplosiva. Se fossero arrivati a Los Angeles solo qualche anno prima, non ci sono dubbi che avremmo raccontato un’altra storia.
Marco: Non ce la faccio, troppi ricordi... (Come Giovanni quando ascolta in auto "Luci a San Siro" di Vecchioni in "Tre uomini e una gamba"). A parte gli scherzi, ci frequentavamo veramente con tutti. I Nasty per noi erano eroi. Partiti dal Canavese avevano suonato sui palchi più celebri di Los Angeles. Personalmente ho mantenuto col Vale un amicizia pluritrentennale che perdura tutt'oggi. E poi le altre band locali....che dire, era un periodo magico.
Prima di concludere so che da qualche mese state pensando ad un ritorno in grande stile con un full lenght che racchiude tutte le composizioni delle precedenti demo ri-registrate in modo professionale, più alcune nuove chicche, coa c'è di vero in tutto questo?
Guido: A dire il vero non mi dispiacerebbe cimentarmi sui pezzi con i mezzi a disposizione di adesso. In confronto ad allora, oggi puoi ottenere registrazioni assolutamente professionali con pochi Euro e fare tutto da casa. Tempo fa ti saresti dovuto svenare per risultati molto mediocri. Ma forse il punto e’ proprio questo… tutto troppo piu’ facile e meno “Rock’&’Roll” rispetto a prima. C’e’ meno emozione e quindi faccio difficolta’ a trovare il vero motivo.
Marco: L'avvento dell AI indubbiamente ha riscritto un po' il modo di fare musica. Il tutto si è evoluto così velocemente che oggi si possono registrare interi album in poco tempo. Ciò che sembrava impossibile, oggi è accessibile veramente con risultati straordinari. Si farà sicuramente. Solo oggi non riesco a dare dei tempi certi a tutto questo. Qunidi ti dico di sì, c'è del vero.
Chiudendo il cerchio, se oggi riguardate alla storia degli Speedblade, quale pensate sia stata la vera occasione mancata: il disco che non siete mai riusciti a registrare, il contratto che non è arrivato oppure semplicemente il momento storico che non vi ha dato la possibilità di andare oltre?
Guido: Personalmente il disco e conseguente contratto mancato. Fu una mazzata che mi lascio’ stordito per un bel po’. Quando mi ripresi la scena era nuovamente cambiata e il metal sembrava non interessare piu’ a nessuno. Meta’ anni 2000 fu un disastro per il movimento, non solo in Italia. Contemporaneamente venni assorbito da scelte lavorative che mi portarono furoi dall’Italia per dieci anni, nei quali mi sono anche fatto una famiglia bellissima. Rock On Beppe! Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per noi e per essere sempre “Beppe”. Conservo ricordi bellissimi di serate passate ad ascoltare musica dal vivo assieme. Le risate che ci siamo fatti rieccheggiano ancora oggi ma sopratutto ricordo quando ti passavo a prendere il giorno che prendevi la tredicesima che praticamente ci sparavamo al Poison tra birre e panini al prosciutto di Praga!
Marco: Sono treni che nella vita è difficile che passino una seconda volta. Questa consapevolezza ci aiuta a capire che il nostro percorso di crescita passa anche da queste delusioni. Oggi vedo tutto in modo molto più lucido, potrei dire anche distaccato. La delusione che ieri mi spinse ad abbandonare tutto, talmente ci credevo, oggi la vedo come un passaggio necessario per comprendere che, probabilmente non era quello il momento giusto. Oggi mi ritrovo a guardare Kung Fu Panda con mio figlio di 5 anni che sa le frasi a memoria e, ogni tanto quando mi vede pensieroso o mi sente lamentare mi ricorda che "Il caso non esiste" oppure mi invita alla "pace interiore". Con la serenità giusta, nel tempo giusto, possiamo creare tutto ciò che vogliamo. Il mio ringraziamento a te, Beppe, per il costante supporto in tutti questi anni, per la tua immensa passione per la musica che traspare autentica e genuina in ogni tuo progetto. Grazie di cuore. Rock on!

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