Nati ad Asti nel 1988, i Power furono una delle tante realtà piemontesi che, tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, cercarono di ritagliarsi uno spazio nella scena Heavy Metal italiana. Una proposta di chiara matrice britannica, con Saxon, Iron Maiden e Judas Priest come punti di riferimento, ma anche tanta voglia di costruire qualcosa di personale. Il Demo 1° '90, otto brani per oltre quaranta minuti di musica, rappresentò un importante biglietto da visita, ottenendo buoni riscontri sulle riviste specializzate e diverse attenzioni da parte degli addetti ai lavori. Non mancarono concerti, cambi di formazione e nuovi tentativi, fino alla conclusione dell'avventura nel 1998. Oggi, insieme a Roberto Roccatello, torniamo a quei giorni per recuperare ricordi, aneddoti e soprattutto la storia di una band che aveva ancora tanti sogni da realizzare.
Intervista raccolta da: Beppe "HM" Diana
Ciao Roberto, grazie di cuore per il tempo che hai deciso di dedicarci. Per noi è un onore averti sulle nostre pagine. Partiamo da una prima curiosità: la musica Heavy Rock e la passione per questo genere fanno ancora parte della tua vita oppure l'amore per le due ruote ha finito per prendere il sopravvento?
Grazie a voi che mi avete fatto ricordare il più bel periodo della mia vita, fatto di sogni ed emozioni. L'amore per le due ruote è sempre andato di pari passo con l'Heavy Rock. Ascolto tuttora quel genere musicale e continuo ad andare in moto, ma credo che la musica vera, nel mondo dell'Heavy, si sia fermata circa vent'anni fa. Per questo continuo ad ascoltare i mostri sacri degli anni d'oro.
Come nacquero i Power ad Asti nel 1988? Chi furono i primi musicisti coinvolti nel progetto e come vi siete incontrati? Era la prima esperienza musicale seria per tutti voi?
I Power sono nati nel 1988, ma tutto è iniziato nel 1982 con il mio primo gruppetto di autodidatti, orientato verso l'Hard Rock. Avevamo chitarra, basso, batteria e tastiere e cercavamo di scopiazzare, anche se malamente, lo stile dei Deep Purple.
Nel 1984, durante il servizio militare a Feltre (BL), ho conosciuto Alex Masi ed Emanuel Jenee, rispettivamente chitarrista e cantante dei Dark Lord. Siamo diventati amici e ho capito che anche nel nostro Paese avremmo potuto suonare del buon Heavy Metal.
Dal 1985 al 1988 le cose sono cambiate progressivamente, fino ad arrivare ai Power. La formazione comprendeva Roberto Roccatello alla chitarra, Dario Bione alla batteria, Massimo Civitate alla chitarra, Teresa Luongo al basso, Maurizio Roccatello alle tastiere (che avrebbe abbandonato un anno più tardi) e, infine, la voce di Antonio Narisi, in arte Anthony Baker.
Il nostro genere era molto British, sulla scia di Saxon, Iron Maiden e Judas Priest.
Quanto era importante, in quegli anni, la scena astigiana e piemontese in generale? C'erano locali e manifestazioni che permettevano alle band emergenti di farsi conoscere? Avevate già instaurato rapporti di amicizia o collaborazione con gruppi del Torinese o del Cuneese?
A parte i gruppi storici come Vanadium, Crossbones, Sabotage, Strana Officina, Foxy Lady e altri, in Piemonte dominavano i Fil di Ferro, con i quali eravamo molto amici e abbiamo collaborato diverse volte.
I locali che offrivano la possibilità di suonare erano numerosi, specialmente nel Torinese.
Nei Power eri affiancato da Massimo Civitate alla chitarra. Come vi siete conosciuti e quale metodo utilizzavate per lavorare insieme alla composizione dei brani?
Massimo è entrato nella band giovanissimo, a soli sedici anni. Suonava molto bene la chitarra acustica, ma si è sempre difeso egregiamente anche nel Metal.
Ci siamo conosciuti perché abitavamo nello stesso comune. Cercavo un chitarrista ritmico, lui è venuto a provare ed è nata un'amicizia eterna.
Generalmente ero io a proporre un riff di base, sul quale poi lavoravamo insieme. Era molto bravo a creare massicci tappeti sonori sui quali potevo sbizzarrirmi con gli assoli.
Nella formazione c'era anche Teresa Luongo al basso, una presenza femminile in una band metal che, all'epoca, non era certo così comune. Come entrò nei Power e quale ruolo ricopriva musicalmente all'interno del gruppo? Partecipava anche alla composizione dei brani?
Teresa è stata grande! Le avevo impartito io le prime lezioni di basso qualche anno prima. Non aveva mai avuto alcun approccio con la musica, se non quello di ascoltarla. Ha registrato il demo del 1990 in maniera egregia.
Per quanto riguarda i testi e le melodie, era tutto affidato ad Anthony: un vulcano di idee e una voce pazzesca!
Il Demo 1° '90 contiene otto brani per oltre 44 minuti di musica. Avevate già l'intenzione di presentarvi con un lavoro così importante oppure il risultato finale superò le vostre aspettative iniziali?
Pensavamo di realizzare il demo, come facevano tutti, per farci conoscere. Il sogno successivo era quello di arrivare a pubblicare un vinile... ma, ahimè, non è andata così.
Dalle informazioni che ho recuperato, avevate stampato 500 copie, tutte rigorosamente numerate a mano. Quante furono quelle effettivamente distribuite e vendute? Che tipo di riscontro arrivò da fanzine, riviste, promoter e musicisti dell'epoca?
Delle 500 copie stampate, 300 erano state affidate alla Front Line di Milano, gestita da un certo Giuseppe Galliano, che all'epoca collaborava con Pino Scotto dei Vanadium e Steve Minelli dei Ritmo Tribale, successivamente chitarrista dei Death SS con il nome di Jason Minelli.
Ci avevano contattato dopo che le riviste HM e Metal Shock avevano recensito positivamente il nostro demo. Ricevemmo molte lettere e diverse manifestazioni d'interesse da parte delle radio, ma le date dal vivo furono poche.
La più importante fu quella al Palasport di Pescara, dove, dopo una selezione, si esibivano alcune delle migliori band metal esordienti italiane.
Credo che le altre 200 copie siamo riusciti a venderle durante i concerti.
Gli otto brani del demo recuperano radici formative che guardavano con interesse sia alla scena americana sia a quella inglese, mantenendo una matrice Heavy Rock piuttosto evidente. È corretta questa interpretazione della vostra proposta musicale?
Sì, la nostra matrice era inglese, ma in quegli anni anche negli States stava esplodendo un autentico tripudio di nuove band Metal. Ascoltavamo tantissima musica e, di conseguenza, eravamo inevitabilmente influenzati anche nelle nostre composizioni.
Together in the Sky, con i suoi otto minuti di durata, mette in mostra le potenzialità di una formazione che sapeva anche osare, andando oltre le strutture più tradizionali. Come nacque questo brano e cosa vi spinse a inserirlo nel demo?
Pensa che inizialmente non volevamo inserirlo nel demo perché ci sembrava troppo sdolcinato. Poi è venuto fuori quell'inciso centrale, che ha dato proprio l'impronta ai Power.
Quali erano i vostri principali riferimenti musicali? Quando componevate, cercavate di avvicinarvi a qualche band in particolare oppure l'obiettivo era costruire un'identità musicale tutta vostra? Ricordi qualche concerto in particolare di quel periodo? Riusciste a sostenere adeguatamente l'uscita del demo attraverso un'attività live?
Abbiamo sempre cercato di pensare con la nostra testa e di creare uno stile personale. Non sempre ci siamo riusciti: a volte componevi un riff e poi ti ritrovavi a dire: «Cazzo, assomiglia troppo a quel brano dei Maiden!».
Durante i concerti curavamo molto il look, ma anche l'allestimento del palco, cercando di creare situazioni capaci di lasciare il pubblico entusiasta. Utilizzavamo parecchio la macchina del fumo, botti al magnesio e altre diavolerie come contorno alla musica.
Ci sono stati tanti concerti belli da ricordare: lavoravamo molto anche nella preparazione dei live.
Le fotografie promozionali dei Power che abbiamo recuperato sono molto curate e restituiscono l'immagine di una band che voleva presentarsi in maniera professionale. Quanto era importante per voi costruire anche un'immagine, oltre alla proposta musicale?
Come ho già detto, curavamo molto l'aspetto scenico, proprio per cercare di distinguerci un po' dagli altri. Il sogno di diventare, magari non famosi, ma almeno conosciuti, faceva parte dei nostri obiettivi.
Guardando quelle fotografie oggi viene spontaneo chiedersi quanto credeste realmente nelle possibilità di arrivare al successo. Nel 1990 pensavate che i Power potessero diventare una band conosciuta, magari anche oltre i confini piemontesi?
Sì, certamente. Cercavamo di distinguerci dagli altri anche attraverso l'immagine e lo spettacolo dal vivo. Il sogno di riuscire a farci conoscere era uno degli obiettivi che ci eravamo posti.
Quante ore trascorrevate realmente in sala prove? Eravate tra quei gruppi che provavano anche tre volte alla settimana, cercando continuamente di perfezionare i brani e prepararsi al meglio per i concerti?
Sì, provavamo moltissimo, anche tre volte alla settimana. Avevamo un'ottima sala prove, corredata da una regia separata, e registravamo le prove su otto tracce. Cercavamo continuamente di perfezionare i nostri brani.
Perdonami se torno su un argomento che forse appartiene a una vicenda rimasta in sospeso. Ricordo che, verso la fine degli anni Novanta, Underground Symphony sembrava interessata a recuperare il vostro materiale e a riproporlo fedelmente su CD. Ci fu effettivamente un interessamento da parte dell'etichetta? Se sì, come si sviluppò quella vicenda e perché non arrivò a concretizzarsi?
Non ho tanti ricordi di quell'avvenimento. So soltanto che non successe nulla...
Dopo l'entusiasmo legato alla pubblicazione del demo, cosa successe? Continuaste a comporre e registrare nuovo materiale oppure iniziarono a presentarsi problemi di formazione, impegni personali o altri ostacoli che rallentarono il percorso della band?
Dopo il demo, purtroppo, Anthony ci ha abbandonati e trovare una voce che potesse sostituirlo non era affatto semplice. Finché non è arrivato da Asti Luca Ratel.
Abbiamo adattato un po' i brani alla sua timbrica e le composizioni successive sono cambiate leggermente. Svolgeva egregiamente il suo lavoro, occupandosi anche della scrittura dei testi e delle armonie vocali.
La storia dei Power arriva fino al 1998, ma di quegli ultimi anni esistono pochissime informazioni. Che cosa successe realmente al gruppo? Avete lasciato registrazioni, brani inediti o materiale che non è mai stato pubblicato e che potrebbe meritare un recupero?
Dal 1990 al 1998 sono successe molte cose. Dalla band sono usciti Dario e Teresa, sostituiti rispettivamente da Fabrizio Ratel, fratello di Luca, alla batteria, e Simone Curato al basso: un bassista con i controcazzi!
Si sono poi susseguiti altri cambiamenti. Anche i fratelli Ratel hanno lasciato il gruppo. Abbiamo suonato con un batterista all'epoca molto giovane, Carlos Cantatore (oggi Carlos Man), che aveva un talento eccezionale.
Purtroppo, non siamo più riusciti a trovare un vocalist davvero valido. Le ultime apparizioni le abbiamo fatte con Daniele Cagnotto, oggi negli States: un virtuoso della chitarra, un po' meno nel canto, ma che ce la metteva tutta.
Abbiamo realizzato un sacco di registrazioni e video live, ma ormai erano le ultime cartucce dei Power...
A distanza di oltre trent'anni, pensando a quei ragazzi che provavano per ore, curavano i servizi fotografici, registravano un demo di oltre quaranta minuti e cercavano in tutti i modi di farsi conoscere, cosa rappresentano oggi per te i Power? E soprattutto, esiste ancora qualcosa di quel sogno del 1990 che vorresti finalmente far ascoltare a chi non ha mai avuto l'occasione di conoscere questa storia?
Conservo soltanto ricordi bellissimi. Indietro non si torna! Ho continuato con Massimo attraverso un progetto acustico, gli Acoustic Power, ma questa è un'altra storia...
Voglio concludere ringraziando di cuore alcune persone che hanno sostenuto in maniera decisiva i Power.
Lorenzo Kapo Martinis, il nostro primo manager; Kalo Mazzarisi, senza il quale gli effetti scenici non sarebbero mai esistiti: un ragazzo speciale che ci ha sempre aiutato in tutto; mia sorella Elisabetta, la nostra sarta e costumista; Piero Barcellona, il nostro fonico di fiducia, sempre presente in sala prove e dal vivo.
E poi il più grande metallaro d'Italia mai esistito: Arcangelo (Kaspareck) De Ieso, un supporto continuo e preziosissimo.
Se dovessi ringraziare tutti, finirei per scrivere un libro. Scusatemi se ho dimenticato qualcuno.
P.S. Nel demo compare il brano Steel Roses. Io e Dario siamo stati tra i primi a entrare negli Steel Roses MC. Il disegno che ancora oggi portano sui loro giubbotti l'avevo realizzato io. MC e band non riuscivano a viaggiare insieme, così ho dovuto fare una scelta e ho scelto i Power.

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